[libri] Il Fiore di Pietra

La prima avventura di Polloni è finita

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[libri] Il Fiore di Pietra

Messaggio da overhill » 17 luglio 2007, 16:34

Ehilà!
Visto che il forum sulle nostre opere d'arte latita e ritarda (:)), ho pensato di iniziare a mettere qui i miei lavoretti.
Se poi Blu o Aspide vogliono spostarli o cancellarli, sono liberissimi di farlo, ovviamente ;)

Cominciamo da "Il Fiore di Pietra".
E' il primo romanzo che ho scritto, nel giro di alcuni mesi nel 2005. Ci ho poi messo mano anche successivamente ma solo per "limare" alcune cosette che non andavano. Il 2005 è stato un anno piuttosto brutto per me e la mia famiglia: a novembre mio papà se n'è andato, praticamente dall'oggi al domani e senza preavviso, come era sua abitudine, del resto :)

Se siete daccordo vi metto un capitolo per volta qui di seguito.

E ora: si dia inizio alle danze! :D





Ultima modifica di overhill il 25 luglio 2007, 16:04, modificato 3 volte in totale.


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Messaggio da overhill » 17 luglio 2007, 16:36

Prologo

Mariano non si sarebbe mai fatto sorprendere dall’alba a dormire. Quando i primi raggi del sole cominciavano a sbucare da dietro le dolci colline, lui era già da almeno una mezz’ora in giro per la solita sgambata. Per questo motivo non dimostrava affatto i sessantacinque anni che la sua carta d’identità denunciavano.
Con calma e regolarità ogni mattina faceva una corsetta di alcuni chilometri, e sceglieva sempre stradine secondarie, mulattiere, piccoli sentieri nei campi e si godeva la meraviglia del mondo che si svegliava.
Lo facevano ridere i suoi 'amici' del bar della piazza. Sapeva benissimo che pensavano che fosse un po’ matto. "Alla sua età…”, “prima o poi ci rimette le penne, vedrete…". Sapeva benissimo che erano questi i discorsi che facevano.
Bah! Intanto lui aveva ancora fiato da vendere, e poi avrebbe riso lui tra una decina di anni quando loro sarebbero stati dei vecchi, mentre lui avrebbe continuato a tenersi in forma ed a…
Da dietro un gruppo di alberi piuttosto alto notò un lieve pennacchio di fumo.
Che strano pensò a quest’ora bruciano le foglie? E’ un po’ presto.
Ma qualcosa non quadrava con il primo pensiero. Le foglie fanno un fumo più chiaro, mentre quello era decisamente scuro, nero.
Saranno i soli maledetti che bruciano i cavi elettrici per recuperare il rame. Bastardi! A pensu nen che la plastica ch’a brusa a l’è velenusa! pensò con scarso spirito di comprensione. Anduma a vudde, va! concluse l’uomo e si avvio in direzione del fumo, tagliando attraverso il piccolo bosco.
Era ancora in mezzo agli alberi quando si rese conto di avere sbagliato parecchio a dare la colpa ad un gruppo di nomadi di passaggio. La cosa che fumava era decisamente una macchina piuttosto grossa, di lusso come una Mercedes o una BMW, difficile capirlo in queste condizioni. E bruciava ancora.
"Oh boia faus!" esclamò ad alta voce, affrettandosi verso la vettura. Uscì dalla macchia e si avvicinò con circospezione, memore di alcuni film visti in televisione dove le macchine solitamente esplodevano. Fin troppo a dire il vero.
Mariano girò intorno alla vettura. Non rimaneva quasi nulla all’interno: i sedili erano per la maggior parte bruciati e se ne vedeva lo scheletro metallico. Solo il sedile del guidatore era rimasto più o meno intero. L’uomo si avvicinò alla portiera del guidatore e provò a guardare dentro.
Il fiato si fermo per un istante ed il cuore prese un colpo, nonostante le sgambate mattutine.
Sul sedile del guidatore era presente una massa carbonizzata dalla forma inequivocabilmente umana. Il corpo era seduto eretto, la testa contro quello che rimaneva del poggiatesta. A parte il colorito bruno e le evidenti bruciature sembrava che dormisse.
Il vetro era esploso ed i frantumi erano sparsi per terra. Mariano avvicinandosi li fece scricchiolare, producendo un rumore che lo innervosì ancora più di quello che era già.
"Giuda faus d’an Giuda faus!" disse ancora l’uomo.
La cosa dentro la macchina emise un mugolìo, girò la testa nella direzione dell’uomo ed aprì gli occhi.
Due macchie bianche osservarono Mariano, che a causa del suo stesso urlo non riuscì a sentire quello che l’uomo dentro la macchina stava dicendo: "a…iu….to…"





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Messaggio da Nillc » 18 luglio 2007, 07:32

Ragazzi vi assicuro che le avventure del Commissario Polloni sono bellissime davvero! Peraltro posso predirvi che presto approderanno sugli scaffali delle librerie... quindi approfittatene mò che non pagate :asd:




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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 08:53

Eh eh, l'ho detto che è tirchio :)

Avete notato come si chiama il personaggio che trova l'automobile?
Be', indovinate un po' qual è il vero nome di Nillc... :D

E ora cominciamo con le indagini :)





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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 08:54

Prime indagini

L'immagine sul televisore era di pessima qualità: le forme apparivano sgranate e poco definite. Il commissario si avvicinò un poco di più al fermo immagine.
Non ci siamo ancora, pensò indispettito l'uomo seduto sulla scomoda sedia. Prese il telecomando e premette il pulsante di riavvolgimento lento.
Zick, zick, zick. Ad ogni movimento indietro si sentiva il ronzio dei vari motorini che spostavano il nastro. L'uomo sullo schermo fece in tre fotogrammi un passo indietro, un terzo di passo per volta, quasi un balletto.
Era davanti ad un bancone, ripreso da una posizione a sinistra del negoziante, ad un'altezza di circa tre metri, la classica posizione della telecamera di sorveglianza. Non si vedevano molto bene le gambe. Peccato, poteva essere interessante il tipo di scarpa, o il tipo di pantaloni.
Stop.
Il volto dell'uomo era semicoperto dalla tesa del cappello. Gli occhiali da sole impedivano di vedere il taglio degli occhi, e la composizione di barba e baffi, certamente finta secondo il commissario, terminava l'azione di camuffamento.
Ma quando mai riusciremo a vederti, brutto bastardo? Si chiese per l'ennesima volta Polloni, vagamente esasperato dall'abilità del rapinatore.
Sconsolato si lasciò cadere all'indietro contro lo schienale della scomoda sedia, e contemporaneamente premette il tasto play del telecomando.
Sullo schermo si svolse la scena già vista mille volte: l'uomo veniva avanti, parlava un poco con il commesso, estraeva una pistola, faceva dei gesti in direzione della cassa. Il negoziante si avvicinava, prendeva i soldi e li metteva in una borsa che l'uomo gli aveva dato. Poi questo si avvicinava alla porta di uscita e la apriva; sempre con la pistola puntata intimava al commesso di aprire anche la seconda porta, in modo da avere una via di fuga completamente libera.
E poi spariva.
Ma come diavolo fa?
Spariva proprio. Probabilmente girava l'angolo e si liberava velocemente del camuffamento, infilandolo nella stessa borsa. Mai nessuno aveva notato movimenti sospetti, anche a causa dell'ora alla quale venivano compiuti i furti, solitamente l'ora di pranzo o prima della chiusura, quando tutti sono intenti a correre a mangiare o a casa.
La porta dello stanzino si aprì, ed entrò un giovane poliziotto.
"Michele..." disse al commissario
"Dimmi Giacomo" rispose l'uomo con voce stanca
"Forse abbiamo qualche novità. Ci sono due segnalazioni..."
"Altri furti?”
"Uno sì. A Gallo d'Alba una oreficeria questa volta. L'altro invece è un incidente stradale"
Il commissario si girò di tre quarti. Con il tempo aveva imparato a fidarsi dell'intuito del collega più giovane: "e cosa c'entra con il nostro caso un incidente?"
"C'entra perché si è svolto molto vicino al luogo dove c'è stato il furto, in un boschetto poco lontano. E nella macchina completamente bruciata hanno trovato questo". Giacomo Rizzo disse quest'ultima cosa alzando una fotografia. C'era una specie di panno, molto bruciato.
Il commissario guardò incuriosito. "E sarebbe?"
"La calotta di una parrucca"





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Messaggio da Blu » 18 luglio 2007, 10:22

No no aspetta :D .. ho mille domande :D


Il Prologo mi ha lasciato completamente senza fiato, l'ho iniziato domandandomi in che zona fosse ambientato, immagino al nord, in Piemonte o simile (curiosissima l'espressione "boia faus" :D , ma che significa? Tipo "boia mondo" o "diavolo boia" o che :) ? ), e sono arrivata alla fine che quando il tizio s'è girato nella macchina ho pensato subito di avere avuto un'allucinazione :o (con Mariano ho urlato pure io :asd: ) .. non vedo l'ora di scoprire se s'è salvato [:^] (ok dubito :P )


Le prime indagini invece hanno spiazzato un bel po' :) , il caso è collegato sicuramente alla macchina bruciata (visto che la nominano anche in fondo), ma il modo con cui veniamo buttati subito dentro alla storia è spiazzante e molto coinvolgente allo stesso tempo :) , sembra di essere già dentro alla serie televisiva :D (perché ovviamente dopo la pubblicazione, ne faranno anche una serie televisiva su Raiuno o Canale5 :D )


Non che la mia opinione abbia rilevanza :P , ma mi piace molto come stile :) , è come quei libri che alla sera non riesci mai a fermarti di leggere, perché pur ponendosi un obiettivo (ok, questo capitolo e basta, chiudo la luce) poi arrivi alla fine e ti lascia col languorino e la curiosità di saperne di più :) .. e alla fine si fanno sempre le 2.00 (se va bene) :asd: [:^] .. non vedo l'ora che arrivi domani per il seguito :D


PS: ma possiamo commentare di volta in volta i capitoli :) ? Posso inserire, come per Nillc un indice nel primo tuo post? :)




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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 10:52

Puoi fare tutto cio' che vuoi, Blu! :)

Una delle cose più belle per uno scrittore è "sentire" (dall'inglese to feel) cosa provano i lettori quando "entrano" nel proprio lavoro.
Spesso mi capita di scrivere qualcosa con uno stato d'animo e poi vedere che questa mia situazione viene "riverberata" (non trovo un termine migliore) sul lettore. Altre volte si scatenano reazioni assolutamente diverse... E questo è anche più bello, perché si crea un rapporto "intimo" tra chi scrive e chi legge :)

Veniamo alle domande...
Nella versione originale per ogni espressione piemontese (o leccese... capirete fra un po') ho messo una didascalia a piè di pagina dove spiego il significato. Qui, per motivi puramente tecnici, questa cosa non compare, per cui ho pensato di fare come Camilleri che non spiega mai il significato delle espressioni dialettali.. Questo mi è anche stato suggerito da quello che potrebbe diventare il mio editore ;)

Ad ogni modo "boia faus" vuole dire letteralmente "boia falso", ed è una tipica espressione piemontese. Quindi "Giuda faus" vuole dire "Giuda falso"... Boia è il boia, ma vuole anche dire scarafaggio (le boie panatere, gli scarafaggi della farina...)

Cmq mi hai convinto: adesso ti metto il capitolo che spiega cos'è successo al tipo nella macchina ;)





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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 10:57

Ritorno alla vita

Era come in un sogno.
Camminava o volava, forse nuotava, non avrebbe saputo dirlo, proprio come nei sogni nei quali sai cose assurde e non sai cose ovvie.
Era tutto molto buio, e l’aria sembrava densa, difficile da respirare. Qualcosa gli chiudeva la bocca. Un bavaglio? Sono stato rapito?
Che strano pensiero!
Perché non vedo nulla? Forse non c’è nulla da vedere?
Si girò a guardare, e vide in lontananza una zona più chiara. Sentiva delle voci che provenivano dalla luce, ma non chiamavano lui. Gli parlavano soltanto, come quando si chiacchiera con un amico.
Si diresse, camminando o volando, forse nuotando, non lo sapeva, verso la luce. Le voci aumentarono di intensità. Adesso poteva sentire cosa dicevano: “…appena torneremo a casa, vedrai che festa che faremo…”.
Una voce di donna, sembrava. Ma lontana, ovattata.
Improvvisa una forza lo sospinse violentemente verso la luce. Cercò di lottare, ma vide che ogni sforzo era inutile, non poteva muoversi, forse poteva urlare!
"a…iu…to" attraverso il bavaglio uscì un suono poco chiaro. Provò a forzare la voce
"aiuto" tentò nuovamente "AIUTO! AIUTO!"


"Calmati tesoro, stai calmo, non ti agitare così!" disse Rosanna cercando di calmare l'uomo che si trovava nel letto e che chiamava aiuto disperatamente.
Era completamente fasciato, tranne una zona intorno alle narici e vicino alla bocca. Numerosi cavi e tubi lo collegavano a macchine dall’aspetto sinistro e dagli utilizzi inesplicabili. Alcuni monitor riportavano svariate linee spezzettate e zigzaganti che indicavano le attività del suo corpo.
"AIUTO!" urlò di nuovo l’uomo. La donna gli prese la mano attraverso le bende
"Sono qui, amore, sono qui! Calmati, ti prego!" faticò non poco a sovrastare l’agitazione dell’uomo. "Stai calmo! Hai avuto in incidente in macchina ed ora sei completamente bendato, ma starai bene. I dottori dicono che starai bene." La ripetizione rivelò l’ansia che attanagliava la donna, ma ovviamente l’uomo non era in grado di cogliere simili sottigliezze.
"Perché non vedo niente? Dove sono?" si agitava.
Nel frattempo erano arrivati alcune infermiere ed un paio di medici, tutti con un espressione che non si capiva se fosse di preoccupazione o di sollievo. Si misero subito a darsi da fare, chi a controllare le macchine, chi a guardare la tabella posta al fondo del letto, chi avvicinandosi alla figura distesa.
Uno dei medici, più anziano ed evidentemente più alto in grado rispetto agli altri, parlò all’uomo con voce calma ma decisa; tutti tacquero e l’uomo simise di agitarsi.
"Signor Ferrero, si calmi, la prego. Capisco che sia confuso ma le posso garantire che ora che si è svegliato, tutto non farà altro che andare bene." Il professore amava le frasi contorte.
"Lei ha avuto un incidente in seguito del quale abbiamo dovuto farle alcuni interventi…"
"Ma i miei occhi…" iniziò a chiedere il paziente, interrompendo il medico.
"Non si preoccupi, nell’incidente ha subito numerosi e gravi danni a gran parte del suo corpo, ed anche gli occhi sono stati colpiti. Le abbiamo eseguito un impianto di cornee su entrambi gli occhi, e le garantisco che fra pochi giorni, quando le toglieremo le bende, potrà vedere come prima. Deve solo portare pazienza ed attendere. Per intanto ci penserà sua moglie a tenerle compagnia fino a quando non potremo togliere le fasciature."
L’uomo sul letto rimase immobile e silenzioso. Le parole che pronunciò congelarono l'atmosfera: "moglie? Quale moglie?"
La donna di fianco al letto scoppiò a piangere e si nascose il volto tra le mani; una delle infermiere la prese delicatamente per le spalle e la girò in modo che potesse appoggiare la fronte sulla sua spalla. "Cosa succede?" chiese l’uomo sul letto.
Il professore si schiarì la voce per richiamare l’attenzione di tutti.
"Signor Ferrero, come le ho detto lei ha avuto un incidente molto serio. Quando è arrivato qui era in condizioni veramente al limite, con ustioni su gran parte del corpo. Abbiamo fatto tutto il possibile per recuperare la sua vita, poi abbiamo dovuto anche tentare un po’ di impossibile. Abbiamo tentato alcune pratiche sperimentali che ci hanno permesso non solo di strapparla alla morte, ma anche di recuperare la maggior parte delle funzioni vitali."
"Moglie? Amici? Ustioni? Ma allora sono sfigurato!" si lamentò l’uomo nel letto.
"No, no assolutamente" replicò sorridendo il professore "grazie a sua moglie ed ai suoi amici che ci hanno portato numerose sue foto ed anche alcuni filmati amatoriali, siamo riusciti a restituirle il suo aspetto, anche se non al cento per cento. E chiaramente tutti i segni che aveva prima, come nei, cicatrici, sono spariti o si sono modificati, sostituiti dalle piccole cicatrici delle operazioni, che però le garantisco spariranno presto." Il professore prese una pausa, soddisfatto come sempre di avere esternata la sua bravura.
L’uomo sul letto rimase in silenzio; Rosanna intanto si era calmata un poco e si era avvicinata nuovamente al letto. Prese la mano dell’uomo e disse "Roberto, io sono tua moglie"
"Ma io non …non ho una moglie…" disse Roberto, in tono dubbioso.
Il professore si schiarì nuovamente la voce: era il suo sistema per dire che stava per parlare.
"Purtroppo questo è un aspetto che temevamo ma che non potevamo sapere a priori. L’incidente le ha causato un’amnesia piuttosto profonda, direi però nel medio-breve periodo; se fosse più a lungo periodo lei non ricorderebbe di saper parlare" fece una pausa ad effetto per permettere a tutti di apprezzare la sua analisi. "Lei è sposato signor Ferrero, e la signora che le sta tenendo la mano è sua moglie e si chiama Rosanna". La donna strinse la mano; l’uomo rimase impassibile per qualche secondo, poi con lentezza, ricambiò la stretta. Rosanna, emise un lacrimoso risolino di contentezza.
"Non…non riesco a ricordare nulla. Non ricordo nessun incidente…io…"
"Si calmi ora" lo interruppe il professore "cerchi di riposare e si tranquillizzi. Sua moglie non l’ha lasciata per un attimo da un anno a questa parte…" il professore si rese conto di quello che stava dicendo nel momento stesso in cui capì di avere detto una cosa giusta nel momento sbagliato.
Ci fu un attimo di silenzio imbarazzato poi un urlo arrivò dall’involto di bende sul letto.
"UN ANNO?!" urlò Roberto "SONO QUI DA UN ANNO?!" e cominciò ad agitarsi come poteva, considerando le bende e le ingessature che lo trattenevano.
"Calmati tesoro, calmati" gli parlò Rosanna con dolcezza "calmati: ci sono volute molte operazioni per rimetterti in sesto, c’è voluto molto tempo. Non ti agitare, ti prego."
Roberto stava ancora dando in escandescenze quando una voce non particolarmente forte ma dal tono estremamente deciso si levò ed attirò l’attenzione di tutti: "Adesso basta, Roberto!"
Chi aveva parlato era un uomo piuttosto anziano, grassoccio, non molto alto, vestito di tutto punto con un completo arricchito da un simpatico panciotto, sul quale una catena rivelava la presenza di un orologio a cipolla. Tutti tacquero e l’uomo continuò, addolcendo la voce: "adesso basta, Roberto. Calmati e lascia che Rosanna si curi di te. Hanno fatto tutti un ottimo lavoro qui e se sei ancora vivo e con tutti i pezzi al loro posto lo devi a questo gruppo di persone. Tu non ricordi e questo può essere un problema, ma è una situazione che affronteremo tutti insieme e che risolveremo.”"
Roberto mosse la testa cieca, cercando di indirizzarla nella direzione dalla quale gli sembrava arrivasse la voce; con voce più calma, ma ancora spaventato cercò di aggredire lo sconosciuto con la violenza verbale: "e tu chi ca**o sei?"
L’anziano chiuse gli occhi e la sua voce si trasformo in un coltello di ghiaccio: "sono il dottor Marni e sono stato il tuo medico curante per molti anni. Ti ho fatto nascere, ti ho tenuto sulle ginocchia, ti ho visto crescere e sposarti. E ti posso garantire che se non la pianti di lagnarti, ti prendo a sculaccioni, bende o non bende!"





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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 13:31

Ammetto che questa prima parte sia piuttosto lenta.
Dovete sapere che il romanzo è nato da una domanda: quanto la scienza medica può ricostruire un uomo? E quanto questo "cambia" la persona?
Io mi sono dato una risposta plausibile, ma certamente l'argomento è piuttosto complesso... :)

@Blu: mi sono accorto di non avere risposto a una tua domanda. Tutti i miei romanzi sono ambientati in Piemonte in generale e a Torino in particolare. Conosco poco altre città, mentre la mia la conosco piuttosto bene... :)
E in tutti ci sono due caratteristiche: l'informatica e Mariano :)

E cavoli se mi piacerebbe ne facessero una serie! :D





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Messaggio da Blu » 18 luglio 2007, 14:11

overhill ha scritto:Cmq mi hai convinto: adesso ti metto il capitolo che spiega cos'è successo al tipo nella macchina ;)
Ma grazie :D .. diamine ce l'ha fatta :shock: , c'ha messo un anno ma ne è uscito :) , non vorrei essere nei suoi panni né in quelli di chi vuol sapere cosa è accaduto l'anno prima, immagino che ci vorrà tempo e pazienza :P


Penso sia molto caratteristico ambientare i tuoi romanzi in luoghi che conosci così bene :) e trovo carina anche la decisione del non tradurre le espressioni dialettali, in fondo sono anche quelle a rendere così caratteristici i romanzi di Camilleri e fascinoso il personaggio di Montalbano (però Camilleri non è iscritto al forum [:^] , mentre tu sì per cui mi sa che ti chiederò tantissime cose spesso :D )


PS: Luca Zingaretti è perfetto per Montalbano, tu chi ci vedresti ad interpretare Polloni :D ?




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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 14:52

Sai che me lo sono chiesto diverse volte?

La figura di Michele Polloni l'ho basata su quella di un mio collega che si chiama anche lui Michele, una persona con la quale ho sicuramente un debito perché mi aiuta spesso anche solo con una pacca sulla spalla...
Dovessi dire un attore... uhm... ci vorrebbe qualcuno con un bel sorriso, ma anche capace di mugugnare... robusto ma non grasso... uhm...
Sai chi sarebbe secondo me perfetto? Hai presente quelli di Zelig di "è la mia volta?"? Ecco, quello più robusto... dovrebbe solo avere qualche anno in più... Oppure Max Tortora, se riuscisse a togliersi l'accento romanesco...
Anche Alessandro Haber non sarebbe male...oppure Andrea Giordana...
Ecco, uno così, con la faccia sporca di barba, un po' sempre con le balle girate, ma pronto a chiedere per favore. Il tipico "falso e cortese" di noi piemontesi :)
Uh, uno che mi è venuto in mente adesso: Andrea Brambilla meglio conosciuto come Zuzzurro! :D

In realtà anche gli altri personaggi che poco per volta vi rivelerò vengono dal mio quotidiano. Prendo cognomi nomi e caratteristiche e le mischio.
Ad esempio, il segretario di Polloni, Giacomo, ha il cognome di Mariano; Ferrero è un cognome talmente comune in Piemonte (e fra poco Polloni se ne accorgerà...) che ne conosco almeno una dozzina (e poi amo la Nutella...). Più avanti ci sarà Marotta (un altro mio collega), la signora Macchiorlatti (un mio cliente di una ventina di anni fa) e parecchi altri :)

E poi, pensavo, come fai a sapere che Camilleri non è iscritto? ;)





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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 16:00

Le indagini proseguono

Il commissario Polloni era intento in una delle sue attività meno amate: l’utilizzo di quella scatola ronzante assolutamente stupida chiamata computer. Spesso rifletteva quanto quel coso fosse ormai diventato indispensabile più per obbligo che per effettiva utilità; specialmente per uno come lui, abituato ad analizzare tonnellate di fogli, note, risme e qualunque altra cosa potesse essere fatta di carta.
Ormai, però, tutto l’archivio era stato informatizzato. Mannaggia, aveva impiegato un mese solo ad imparare questa parola: informatizzato. Ma cosa diavolo voleva dire? Che avevano informato qualcuno del contenuto di milioni di foglietti? E allora? Non bastava andare a guardarli, ‘sti benedetti foglietti, per trovare le stesse informazioni?
Ed ora cercava di digitare sulla tastiera per trovarle queste maledette informazioni. Anche questa: digitare! Ma come? Fino a qualche anno prima i tasti si premevano, si schiacciavano, si battevano. Oggi si digita! Forse perché si usano i digiti?
Polloni era piuttosto refrattario al mondo informatico, e probabilmente questa antipatia era ricambiata dai macchinari che non perdevano occasione per vendicarsi.
Come in questo momento.
"Ma porca… Giaco!" urlò in direzione dell’ufficio attiguo dove l’agente Giacomo Rizzo, Leccese, svolgeva le funzioni di segretario e traduttore dal linguaggio dei computer a quello più terra terra del commissario.
"Steci rriu" rispose nel suo dialetto Rizzo, un po’ per vendicarsi ed un po’ per non perdere l’abitudine alla sua parlata natia.
Si alzò dalla scrivania e fece capolino dalla porta continuando con un sorriso ed un'altra zaffata di Leccese: "Song qquia"
"Giaco, ti ricordo che solo io posso parlare in dialetto qui dentro" lo sgridò Polloni, sbuffando.
Lo invitò con un gesto ad avvicinarsi allo schermo sul quale lampeggiava un rettangolo bianco e dove una didascalia invitava l’utente ad inserire i 'parametri di ricerca'. Poco sotto un tastone virtuale riportava la scritta 'cerca'. "Mi vuoi spiegare perché ‘sto coso continua imperterrito a non fare quello che gli chiedo io?" sbottò il commissario guardando negli occhi l’agente, il cui occhio allenato aveva individuato immediatamente il problema che faceva tanto infuriare il suo superiore.
"Dovevo fare una ricerca, ma niente, questo…coso, continua a dire che non trova nulla!" Polloni era vicino ad una crisi di nervi "Ma volevo arrangiarmi…". E volevi evitare una figura di merda, pensò Rizzo, ma ovviamente non lo disse. "Allora ho provato ad inserire il mio nome ma neanche così non trova nulla. E questo non è possibile! Tutti noi siamo nel casellario!"
Rizzo fece un sorrisino quasi a scusarsi – meglio non irritare troppo il boss – poi cercò di prendere con le buone il commissario: "capo, ti ho detto un sacco di volte che il computer è stupido come nessun altro. Quando fai una ricerca devi utilizzare il carattere giusto…"
"Il mio carattere va benissimo così com’è!" sbuffò Polloni
"Intendevo dire le lettere che scrivi nella stringa di ricerca…"
Polloni lo fulminò con lo sguardo. "Avevo capito di cosa parlavi…"
"Voglio dire che non hai scritto 'Polloni, Michele', come è necessario…"
Il commissario avvicinò il naso al video, guardò attentamente, quindi si appoggiò allo schienale, indicando lo schermo con la mano. "Ma come no?! Guarda! C’è scritto così!"
"No commissario: hai scritto 'P0LL0NI, Michele'. Con lo zero al posto della lettera O…"
Il commissario si avvicinò nuovamente al pannello. Provò a scrivere vicini uno zero ed una o maiuscola: la O era bella panciuta, mentre lo 0 era un poco più magro.
Ma porca…il commissario stava ribollendo.
"Vorrei capire perché la tastiera non è in ordine alfabetico. E vorrei sapere chi è quello stupido che ha messo la lettera O ed il numero zero così vicini!"
"Misteri dell’informatica, Miche'!" disse Giacomo, sogghignando.
"Ma vat’la a pie’ ‘nt’la giaca, va! Va a travajè, ca l’è mej! E port’me ‘n cafe’!"


Inviato Rizzo in missione fino alla macchinetta del caffè, il commissario ritornò a dedicarsi alla ricerca.
Digitò FERRER0, R0BERT0, poi guardò meglio e cancellò tutto, armeggiando con il mouse, ed elencando una serie di improperi da fare impallidire un camionista al quale avessero appena ritirato la patente.
Riscrisse correttamente FERRERO, ROBERTO, senza gli zeri innalzando contemporaneamente un insulto ed una preghiera in direzione dell’agente Rizzo Giacomo, alzando mezza guancia per abbozzare un sorriso e pensando amaramente I computer sono fatti per le persone, ma le persone sono fatte per i computer?
Posizionò il cursore sopra il grande tasto. Il cursore si trasformo da freccia ad una manina che indicava in alto. Premette 'cerca' e dalle viscere del suo computer partì un comando che percorse rapidamente la rete del commissariato, si infilò attraverso uno scatolotto verso la rete geografica della Polizia di Stato, raggiunse un grosso server in un centro elaborazione dati vicino a Roma e lì venne eseguito. La risposta percorse la stessa strada all’indietro, macinando centinaia di chilometri e venne visualizzata sullo schermo del commissario Polloni. Tutta l’operazione aveva richiesto poco meno di cinque secondi.
Michele guardò sconsolato lo schermo dove una serie di Ferrero, Roberto se ne stava incolonnata a sinistra, mentre in alto a sinistra, di fianco ad una serie di cifre che indicavano le pagine, campeggiava una scritta che indicava il numero di nominativi estratti.
"Ma porca…" si arrabbiò il commissario "Più di cinquecento nominativi!"
"Purtroppo è un cognome piuttosto diffuso in Piemonte, commissario" disse Rizzo entrando con un caffè in mano ed un sorriso sul volto spigoloso. "Dovresti affinare la ricerca"
"Come? Cosa vuole dire…" Polloni si interruppe cercando di ricordare il brevissimo corso che gli era stato fatto da un ragazzetto tutto capelli, occhiali e camicia troppo grande sul collo ossuto, quando era stato installato il nuovo programma di analisi.
"Devi aggiungere delle parole chiave per rendere la ricerca più efficace"
Il commissario sbuffò. Rimise la grossa mano sul mouse e spostò il cursore sul pulsante affina ricerca che campeggiava sopra la lista e che, ovviamente, aveva completamente ignorato. Lo schiacciò ed immediatamente apparve una seconda riga dove inserire, separate da una virgola, come recitava la dicitura in piccolo appena sotto, le parole chiave.
Pruvuma.





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Messaggio da overhill » 18 luglio 2007, 16:00

Scusate, ma mi sto troppo divertendo :)
Non potevo resistere, e poi fra un po devo cominciare a mettere i capitoli di "Golden Legacy" ;)





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Messaggio da overhill » 19 luglio 2007, 07:00

Ritorno a casa (prima parte)

L'utilitaria si fermò davanti ad un grande cancello che interrompeva un muro di mattoni piuttosto alto. Roberto guardava tutto con avidità. Per lui era la prima volta che vedeva la strada che portava a casa sua, in una stradina seminascosta della collina Torinese. Rosanna, che era alla guida, trafficò sotto il cruscotto, premendo un pulsante nascosto, ed una luce gialla sul muro iniziò a lampeggiare, preannunciando l’apertura del grosso portone. Rosanna attraversò il cancello e, mentre questo iniziava a chiudersi, entrambi scesero dall'auto.
Una breve stradina conduceva ad un garage interrato, sopra il quale si sviluppavano i due piani più mansarda di una villetta di dimensioni tali da denunciare un certo benessere dei proprietari. Nel prato antistante la casa, ottimamente curato, era visibile in un angolo una cuccia di medie dimensioni. Roberto ricordò di avere visto sul cancello un cartello di quelli che indicano la presenza di un cane. Ma non se ne vedeva l’ombra.
L’uomo guardava tutto avidamente, memorizzando, analizzando, fissando nella memoria.
I due mesi precedenti erano stati durissimi. Una volta eliminate le bende, e dopo avere verificato la felice riuscita dell’operazione agli occhi, c’erano state numerose ore di terapia, di movimenti dolorosi ripetuti all’infinito, di fisioterapisti che stiravano, piegavano, flettevano, incitavano.
E lui sempre sotto, controllato dai numerosi medici che lo osservavano come una cavia da esperimento. Anche molti giornali si erano interessati a lui: 'Il redivivo', 'l’uomo che visse due volte' ed altri titoloni come questi avevano campeggiato nella cronaca cittadina per diverse settimane, prima che altre notizie più fresche prendessero il suo posto.
Infatti quel mattino, davanti all’ospedale c’erano solo un paio di giornalisti alle prime armi, che probabilmente avrebbero scritto dei pezzi che sarebbero finiti in terza o quarta pagina. Per fortuna, così posso ricominciare a vivere pensò l'uomo, che oltre alle sessioni di terapia aveva dovuto affrontare alcuni paparazzi particolarmente invadenti; uno se l’era trovato addirittura in camera verso mezzanotte. L’aveva ovviamente fatto cacciare a pedate dal personale.
"Cosa ne pensi di casa tua?" gli stava dicendo Rosanna con aria divertita
"Wow!" disse l’uomo spalancando comicamente la bocca come fanno nei cartoni animati "da come me l’avevi descritta la pensavo molto più grande!". Rosanna rise e lo rimbeccò "buffone! Adesso vieni con me che voglio farti fare un bel giro turistico, con sorpresa finale!"
La donna risalì in macchina seguita da Roberto, e portò la vettura nel garage seminterrato. C’era sufficiente spazio per due automobili, ma ovviamente una delle due aveva preso la strada dello sfascia carrozze diversi mesi prima. Una porticina in fondo conduceva alla lavanderia ed alla zona cantina, ed un’altra porta più vicina al grande vano di entrata portava ad una scala che saliva al piano superiore.
Il salone nel quale finiva la scala che proveniva dalla cantina era piuttosto grande, e due comodi divani posizionati ad angolo permettevano di fare conversazione utilizzando il grande tavolino in vetro al centro come appoggio per una partita a scacchi, o per i bicchieri. Nell’angolo opposto un impianto audio video sormontato da un televisore al plasma di dimensioni generose, faceva bella mostra di se; alcune casse sparse apparentemente in modo casuale per la stanza denunciavano la presenza di un impianto surround. Su un lato del soggiorno era presente un meraviglioso tavolo fratino circondato da poco meno di una decina di sedie eleganti. Poco più in là si intravedeva la cucina dietro una porta aperta.
Roberto guardava avidamente.
Lei sorrise. "Non ti preoccupare, vedrai che poco per volta ti abituerai. Devi solo darti un po’ di tempo."
La cucina era all’americana, con l’isola di lavoro, comprensiva dei fornelli, al centro. Dalla parte opposta rispetto alla cucina, ecco il bagno del piano terra.
Salirono al piano superiore. Qui erano presenti le camere da letto: una per gli ospiti, una pronta per i bambini, se e quando sarebbero arrivati ma momentaneamente adibita a studio, e quella matrimoniale. C’erano anche due bagni, uno per le due stanze ‘minori' ed uno padronale enorme.
Roberto si infilò nella camera da letto, ed osservò il grande letto, la toeletta per Rosanna su un lato, la porta che conduceva alla camera armadio e quella che portava al grande bagno. Due grandi finestre ai lati del letto portavano luce alla stanza.
Rosanna si avvicinò e gli prese una mano, intrecciando le dita con le sue.
Lui guardò ancora per qualche minuto la stanza, poi si rese conto dell’intimità di quel gesto, ripetuto tante volte in ospedale, ma che qui acquistava un significato speciale.
"Senti, io…" cominciò lui, ma la donna gli impose il silenzio, prima con un bisbiglio, poi bloccando la sua bocca con un bacio, a fior di labbra all’inizio, quindi più profondo.
Roberto si sciolse dall’iniziale imbarazzo e condivise il bacio. Le carezze si fecero più insistenti, più indagatrici. Finalmente Rosanna staccò il suo viso da quello dell’uomo e lo guardò fisso negli occhi: "ora possiamo cominciare tutto da capo…" mise le sue mani sul primo bottone della camicetta "…abbiamo davanti tutta la nostra nuova vita", ed iniziò a sbottonarla, sorridendo: "questa è la sorpresa che ti avevo promesso..."





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Messaggio da overhill » 19 luglio 2007, 07:04

Ritorno a casa (seconda parte)

Plin-Plon!
Il campanello cercò di richiamare l’attenzione degli occupanti della casa, ma dovette essere premuto un altro paio di volte prima che Roberto emergesse dal sonno profondo che l’aveva cullato dopo avere fatto l’amore con Rosanna.
Ma chi cavolo…? Pensò l’uomo
"Ma chi cavolo…?" mugolò Rosanna ad alta voce. Roberto abbracciò la donna e le disse “toccati il naso!”.
Lei lo guardò stupita e rispose "ma sei scemo?". Lui rise e disse "Ma no, è che ho pensato esattamente la stessa cosa: toccati il naso così si avvererà un tuo desiderio"
Lei si strusciò contro di lui "già servita, grazie!"
Plin-plon, plin-plon, plin-plon
"ARRIVO, ARRIVO, UN MOMENTO!" urlò Roberto alzandosi e recuperando mutande e pantaloni. Se li infilò saltellando prima su una gamba poi sull’altra, ed uscì dalla stanza, in direzione della porta di ingresso.
Rosanna rimase a letto a godersi il fresco.
Roberto arrivò davanti al videocitofono. Sul piccolo visore si vedeva un uomo vestito in giacca e cravatta, che si era allontanato di qualche metro dall’obiettivo e si stava guardando attorno.
"Si? Dica?" disse Roberto nel microfono.
L’uomo si avvicinò; il padrone di casa vide meglio l’uomo che aveva suonato: viso rotondo, un accenno di barba grigia, capelli dello stesso colore, decisamente meno di quelli che avrebbero dovuto essere, specialmente sulla fronte. L’uomo sorrise stancamente ed alzò un tesserino della polizia.
"Salve signor Ferrero, sono il commissario Polloni. La posso disturbare due minuti?"
"Oh, salve. Venga, venga si accomodi. Aspetti solo un istante che devo capire quale pulsante devo premere. Sa com’è: è tutto così nuovo" disse Roberto e rise nel citofono. Il commissario ricambiò la risata. "Si, si faccia con comodo."
Roberto trafficò con i vari pulsanti, poi guardò nel video e dalla finestra, e vide che il commissario era sparito dal video e che era apparso al fondo della stradina che portava alla porta principale.
Rivolto al piano superiore, disse "Tesoro! E’ uno della Polizia! Quando sei presentabile vieni giù!". Dal piano superiore arrivò la voce ovattata della donna che rispondeva "D’accordo, dammi due minuti per riassettarmi, che qualcuno mi ha strapazzata!"
Roberto sorrise ed andò ad aprire la porta di ingresso, in perfetto tempismo con il commissario che arrivava.


Il commissario Michele Polloni amava tre cose e ne odiava altrettante: la buona cucina ed i colori verde e nero, in tutte le loro possibili combinazioni, facevano parte del primo gruppo, insieme al gusto per la bellezza femminile. Del secondo invece i furbi in generale, i delinquenti in particolare ed un odio viscerale per le imprecisioni e per le situazioni ambigue che lo portava ad essere pignolo fino all’esasperazione.
Degli altri, ovviamente.
Il suo amore per i buoni cibi lo portava spesso a fare lunghe deviazioni dal percorso più breve tra due punti per verificare se la trattoria tal dei tali, consigliatagli da Caio, era veramente all’altezza del consiglio. Ma questa sua fissazione era compensata più che abbondantemente dai risultati che la sua pignoleria portava. Erano pochissimi i casi che non aveva risolto, magari impiegandoci anni, ma perseguendo la verità come un segugio.
Non particolarmente alto, ma certamente imponente, pur non potendo essere definito ‘grasso’, incuteva una certa soggezione in chi aveva a che fare con lui, per il suo caratteristico modo di incalzare con domande, e per il suo sguardo profondo, che non mollava mai gli occhi dell’interlocutore. Tutto questo veniva quasi sempre mitigato da un comportamento da gentiluomo di campagna, tipico dei ‘vecchi’ piemontesi, quale lui, classe ’53, si sentiva di diritto di appartenere.
Oggi indossava un completo di colore quasi nero ed una bellissima cravatta verde campeggiava al centro esatto del colletto della camicia bianca d'ordinanza.


"Venga, commissario, si accomodi" disse Roberto aprendo la porta e scostandosi per fare passare il poliziotto.
"Signor Ferrero, sono veramente dispiaciuto di venirla a disturbare a casa, ma sono passato dall’ospedale e ho saputo che tornava a casa oggi…spero davvero di non disturbarla…"
"No, nessun disturbo. Mia moglie mi stava facendo visitare l’appartamento…" Roberto notò lo sguardo del commissario che osservava il suo abbigliamento, pantaloni, torso e piedi nudi, e sorrise. Il poliziotto con un lieve sorriso rispose "vedo, vedo…"
"Sa com’è, commissario, io…"
Polloni lo interruppe: "ma guardi che non deve giustificarsi. Lei è in casa sua e può fare tutto quello che crede. Non trova?" terminò la frase guardando negli occhi Roberto ed inarcando un sopracciglio, atteggiamento che aveva fatto diventare blu di paura diversi ladruncoli.
In quel momento una voce dall’alto li interruppe: "Buon giorno."
Rosanna fece la sua comparsa in cima alle scale; aveva indossato un leggero abito da casa, che lasciava scoperte le lunghe gambe. Scese alcuni gradini poi chiese al poliziotto "Già qui?" Il fastidio provato dalla donna alla vista del commissario era palese, ma l’uomo fece finta di non accorgersene, abituato com’era ad essere circondato dall’antipatia e dal sospetto, e preferì passare alcuni secondi ad ammirare le forme della signora Ferrero.
"Buon giorno, signora" disse poi rivolgendosi alla donna, che si avvicinò e sporse una mano per un saluto formale e dovuto, "come dicevo a suo marito, sono spiacente di disturbarvi appena tornati dall’ospedale, ma ci sono alcune domande che devo fargli e speravo che l’aria di casa…"
"L’’aria di casa’, come la chiama lei, ha bisogno di tempo per fare effetto su mio marito" rispose freddamente la donna. "Forse ha dimenticato che nell’ultimo anno e mezzo mio marito ha subito un incidente, si è salvato per miracolo, è stato operato decine di volte ed ha fatto centinaia di ore di terapia!". Il tono della donna era andato salendo, fino ad arrivare ad un passo dall’urlo.
"Cara, ti prego..." disse Roberto alla moglie cercando di calmarla.
"No, signor Ferrero, sua moglie ha ragione" e rivolse un sorriso disarmante alla donna "ma nel mio mestiere il tempo è importantissimo. Ed abbiamo perso un intero anno, come giustamente ricordava lei, signora".
La donna si indispettì a sentire il suo ragionamento portato contro di lei, e girandosi disse a Roberto "Tesoro, fai accomodare il commissario in salotto, io vado a preparare del caffè. Ne vuole?", terminò parlando al poliziotto.
"Perfetto, signora, la ringrazio" rispose il commissario accennando un inchino. La donna si eclissò in cucina.
I due uomini si accomodarono in salotto, su due divani diversi, per potersi vedere in volto. Si guardarono per alcuni secondi, Roberto aspettando un po’ imbarazzato che il commissario cominciasse a parlare, e quest’ultimo ad osservare placidamente l’uomo.
"Allora, commissario: di cosa mi voleva parlare?"
Michele Polloni, come tutti gli investigatori, era convinto dell'importanza della psicologia, e dedicò ancora alcuni secondi ad osservare Roberto Ferrero, il ‘redivivo’, come lo chiamavano i giornali ai tempi dell’incidente. Aveva ancora i segni delle numerose operazioni subite, ma guardandolo capiva come mai i dottori parlavano di miracolo: dopo neanche due anni dall’incidente, quest’uomo completamente ricostruito, secondo quanto dicevano le cartelle mediche, era in grado di tornare a casa (…bella casa…) e farsi trovare con i pantaloni in mano e la moglie (…bella pure la moglie, accidenti…) nel letto.
Roberto era qualcosa più che imbarazzato dallo sguardo fisso dell’uomo, ora: "Commissario…?" provò a richiamarlo alla realtà.
Il poliziotto sembrò riscuotersi, sorrise e disse "mi scusi, la prego. Ho spesso la tendenza a seguire i miei pensieri e ad ‘incantarmi’. Devo dire che nel mio mestiere mettere un po’ a disagio le persone che devo interrogare è piuttosto utile. Ma non è il suo caso." concluse con una risatina.
"Ecco, appunto, il mio caso…per quale motivo la polizia si interessa ad un incidente stradale?" chiese Roberto
Polloni si schiarì la voce: "vede, signor Ferrero, da diversi anni nella zona delle Langhe e del Roero, si sono verificati almeno una ventina di furti, ventidue, per la precisione, tutti con le stesse modalità, il cosiddetto ‘modus operandi’; termine che non mi è mai piaciuto, ma sa, è molto conosciuto…". Roberto cercò di arrivare al dunque "si, commissario, so cos’è. La mia memoria è a macchie, ho dimenticato tante cose ma molte altre le ricordo, come camminare, parlare, il termine ‘modus operandi’…".
Ed anche far divertire una signora concluse tra se il commissario.
Fece un sorriso di scuse, e proseguì: "mi scusi. Comunque i furti vengono commessi sempre dallo stesso uomo, di questo siamo sicuri perché la corporatura è sempre la stessa, che però si maschera con baffi finti, barbe, occhiali, parrucche, a volte si scurisce la pelle. Prende di mira soprattutto le gioiellerie, le oreficerie, tutti quei negozi che hanno normalmente parecchio contante. Aspetta un momento in cui il negozio sia il più vuoto possibile, estrae una pistola e prende tutti i soldi in cassa. Da un calcolo che abbiamo fatto le rapine gli hanno fruttato fino ad ora qualcosa come tre milioni di euro."
Il commissario fece una pausa e Roberto ne approfittò per infilarsi nel fiume di parole: "accidenti, mica male. Però continuo a non capire cosa c’entro in questa storia…".
"Probabilmente lei non c’entra nulla, ma ci sono tre fatti che mi danno da pensare e che mi portano qui oggi: il primo è che il giorno precedente al ritrovamento della sua macchina con lei dentro, c’è stato un furto, il ventiduesimo, in un paese vicino; il secondo è che prima i furti avvenivano con frequenza variabile da uno al mese a sei o sette all’anno. Invece da un anno e mezzo a questa parte non ce ne sono più stati. Quindi mi chiedevo se…" in quel momento la moglie entrò nel salotto, portando un vassoio sul quale fumava una moka, circondata da tre tazzine ed una piccola zuccheriera.
"Ecco" disse la donna posando il vassoio "si serva pure, commissario" e dopo si tolga dai piedi concluse mentalmente.
"Oh, grazie signora, ci voleva proprio un buon caffè," si sporse sulla poltrona e si mise a trafficare con zuccheriera e tazzina. Si versò tre cucchiaini di zucchero, sotto lo sguardo disgustato della donna. "Stavo dicendo a suo marito…" iniziò, ma Roberto finì il discorso per lui "Il commissario mi stava dicendo se per caso, prima di bruciare dentro la mia macchina, mi ero dedicato alla piacevole attività di ladro".
"Ma no, signor Ferrero, non era questa…" cercò di spiegare il poliziotto.
"Come sarebbe a dire?" si inviperì Rossana , "Lei è venuto ad accusare mio marito?"
"Ma no! Avete completamente travisato…" cercò ancora di giustificarsi, ma i padroni di casa erano chiaramente offesi e risentiti. Il poliziotto faticò non poco a calmarli.
"Signori, signori, vi prego! Non mi sono spiegato! Non ho nessuna intenzione di accusare il signor Ferrero di alcun reato! Calmatevi, per cortesia!"
Roberto e Rosanna tacquero ma continuarono a guardare in cagnesco il commissario.
Questi continuò, rivolgendosi alla donna con tono conciliante: "Quello che ho pensato, signora, è che suo marito possa essere rimasto coinvolto suo malgrado nei furti. Potrebbe essere stato presente proprio durante l’ultimo ed avere visto il ladro. Oppure questo potrebbe avere avuto bisogno di un passaggio ed avere fermato la prima macchina che gli è capitata, quella di suo marito. Potrebbe essere molto utile se il signor Ferrero ci aiutasse.” Piccola pausa “Naturalmente se se ne ricorda"
"Ecco, mi pare che si sia risposto da solo, commissario" sbottò Rosanna "Come le ho già detto, l’’aria di casa’ ha bisogno di maggior tempo per funzionare!"
"Lo so, lo so, signora. Vi ripeto che sono veramente spiacente di avervi disturbati, ma speravo di recuperare tutto il tempo che siamo stati costretti a perdere per…"
Roberto ebbe un mezzo sorriso: "veramente sono io ad avere perso un anno e mezzo della mia vita"
Polloni tacque e guardò l'uomo di fronte a lui con comprensione.
"Ha ragione, signor Ferrero. La prego ancora di scusarmi."
Il commissario posò la tazzina vuota e si alzò.
"Però la prego: se dovesse ricordare qualcosa mi chiami immediatamente a qualsiasi ora" sporse un piccolo cartoncino "questo è il mio numero di cellulare privato. La prego: è molto importante".
Si girò e si avviò verso la porta.
Roberto alzò lo sguardo dal bigliettino che aveva in mano e richiamò il commissario: "Mi scusi, ma ha detto che i fatti che le davano da pensare erano tre e me ne ha detti solo due"
Polloni si girò ed infilò le mani nelle tasche dei pantaloni, assumendo involontariamente un atteggiamento intimidatorio.
"In effetti c'è un terzo punto, molto strano. Nei rottami della sua macchina abbiamo trovato un oggetto che non avrebbe dovuto essere lì: la calotta di una parrucca."
"Non capisco..." iniziò Roberto. Il commissario spiegò: "è la parte che sorregge i capelli veri e propri, quella che va a contatto della testa. Tutto il resto è bruciato, ma la calotta è rimasta, molto danneggiata ma riconoscibile. Non siamo però riusciti a cavarne nulla."
Ferrero era soprappensiero.
"Strano...non mi dice proprio nulla questa cosa..."
Polloni estrasse le mani dalle tasche e le allargò, dicendo "lo immaginavo. Grazie comunque; e se le venisse in mente qualcosa..." terminò indicando il foglietto.
Si girò e si incamminò verso la porta.
Rosanna gli andò dietro per aprire la porta. Qui il commissario sorrise e disse alla donna: "grazie del caffè, signora, era squisito. E la prego di scusare i miei modi: purtroppo nel mio mestiere sono spesso costretto a mostrarmi antipatico."
La donna fece un sorriso di circostanza. "Non importa, commissario, anzi mi spiace di averla fraintesa. Però un’altra volta magari ci dia un colpo di telefono prima, d’accordo?"
Il commissario inchinò appena il capo e rispose "certamente signora, non mancherò. Arrivederci" ed uscì.
Percorse il breve vialetto ed attraversò il portoncino metallico. In strada l’aspettava la sua macchina.
Salì e mise in moto. Percorse un paio di chilometri poi accostò è spense il motore.
Tirò fuori un taccuino da una tasca interna e prese alcuni appunti.
Paura. Perché? Subito prima di queste note campeggiava un nome: Manlio Trebbi e di fianco come ha potuto dimenticare?





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