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Inviato: 04 aprile 2009, 19:43
da overhill
Ovviamente potrai, doppiaelle, ma devi aspettare che abbia finito! :)

Tra l'altro mi sa che i capitoli saranno di più: man mano che ci penso mi vengono nuove idee... sono un po' preoccupato! :shock: :asd:




Inviato: 05 aprile 2009, 11:32
da overhill
Regalino domenicale ;)

17. La fuga

«Vai piano» disse Luca per millesima volta a Emilio, «non correre. E' inutile ed è anche pericoloso. Potresti inciampare e poi mi toccherebbe prenderti in braccio.»
Emilio rallentò di poco il passo, per alcuni secondi, poi tornò alla velocità di prima. Era sconvolto, lo si capiva dal fatto che non aveva fatto nessuna battuta su quello che aveva detto Luca circa il prenderlo in braccio. In altri momenti ci avrebbe fatto su un romanzo, ma adesso aveva il solo obiettivo di uscire da lì, il più in fretta possibile.
Luca ne era consapevole. Allungò una mano e prese il ragazzo per il braccio; questi fece un salto accompagnato da un gridolino, decisamente poco maschile: «Dai, aspetta un momento: fammi passare davanti, così faccio strada io e lo faccio alla velocità giusta.»
Emilio stava ansimando dalla paura e dall'agitazione: guardò Luca per alcuni secondi, poi fece un cenno affermativo con la testa e si spostò di lato.
La larghezza dei due corridoi di accesso all'Edificio Centrale era di circa due metri, e permetteva di muoversi abbastanza comodamente. Quando Luca passò davanti a Emilio, i due si trovarono per un paio di secondi di fronte, a brevissima distanza, i volti quasi alla stessa altezza. Per un infinito meraviglioso istante, Luca provò un sentimento di amore per il ragazzo, forse per la sua fragilità, forse per il suo bisogno di protezione. Per una frazione di secondo sentì l'impulso irrefrenabile di abbracciarlo e proteggerlo, di tranquillizzarlo, di sentire il suo calore e fargli sentire che non era solo. Durò solo un'intensa frazione di eternità.
Si tirò indietro terrorizzato e si girò per non far vedere il viso sconvolto, quasi livido. In tono brusco disse: «Andiamo!»
Emilio non si era accorto di nulla, e questo per Luca era decisamente una cosa buona. Non poteva neanche pensare che qualcuno venisse a sapere che a lui, al marziale Luca Introta, ex paracadutista, anche se per un breve istante, piaceva un maschio! Era una cosa assolutamente da cancellare dalla mente, da non dire a nessuno, da non...
«Vai piano, Luca» disse con un filo di voce Emilio.
Luca, preso dalla foga e agitato dalla rivelazione, si era quasi messo a correre, e il ragazzo faceva fatica a stargli dietro. E pensare che era passato davanti proprio per andare più piano: «Scusa» disse schiarendosi la voce, «è che sono abituato a muovermi in fretta. Finché tu stavi davanti...» ebbe la fugace visione del posteriore di Emilio che danzava pochi passi davanti a lui. La scacciò energicamente. Non finì la frase; Emilio, per la seconda volta da quando erano partiti, dimostrò quanto grande fosse la sua paura, non chiedendo spiegazioni all'uomo.
Stavano camminando da diverso tempo, forse una mezz'ora; avevano fatto solo una svolta quando erano arrivati davanti a una parete un po' rientrante, a sinistra della quale si apriva un lungo corridoio, almeno a quanto sembrava nella luce delle torce. Vagamente Luca ricordò che da quella parte erano arrivati, anche se non ricordava la parete incassata.
Dopo diverse decine di metri nel corridoio che stavano percorrendo, trovarono un'ampia apertura sulla destra e arrivarono all'ambiente dove erano arrivati, sembrava millenni prima.
Emilio entrò e si piegò in avanti, con le mani sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato. Luca si guardò intorno; si infilò dietro alla gabbia formata dalla rete di protezione del vano ascensore. Tornò indietro, quasi subito: «Dietro è chiuso da una parete di legno: forse c'è una sala macchine per l'ascensore. Magari da lì possiamo farlo scendere.»
Emilio non rispose, si limitò a sorridere con scarsa convinzione,ansimando, facendo cenno all'uomo di proseguire.
Luca tornò indietro e fece il giro dall'altra parte. Da dietro il vano si sentì la sua voce che diceva: «Ecco l'entrata! Adesso provo a dare uno sguardo: sono o non sono l'elettricista del gruppo?»
A questa battuta Emilio sorrise con maggiore convinzione. Sentì il rumore di qualcosa di legno che veniva colpito, due volte. Al terzo colpo si sentì chiaramente uno scricchiolio. Al quarto colpo un tonfo, e la voce di Luca: «Ecco fatto! Era robusta ma ho avuto ragione io. Vediamo un po' cosa abbiamo qui. Ah ecco il meccan...» poi la voce si abbassò fino diventare indistinta.
Preceduti dal tipico rumore spiacevole dei ruttori, alcuni neon si accesero, illuminando completamente il vasto ambiente. Dal casotto arrivò la voce allegra di Luca: «Meglio, neh?»
Il ragazzo sorrise: aveva ripreso fiato, ma ansimava ancora per la tensione. Faceva caldo lì sotto; le gocce di sudore scendevano lentamente dalla fronte, confondendosi con qualche lacrima.
Improvvisamente sentì un rumore metallico, e un urlo di gioia: «Ce l'ho fatta! Sta arrivando il suo mezzo, signore!» disse allegramente la voce di Luca, ovattata dalle pareti di legno. Si sentiva il rumore di un motore in azione in lontananza, in alto.
Emilio sentì il cuore sciogliersi dall'emozione: finalmente tornava a casa! Usciva da quel postaccio maledetto!
Un secondo rumore metallico interruppe la sua gioia. Luca stava imprecando coloritamente: «Ma porca miseriaccia ladra! Ma guarda te se... adesso ti aggiusto io!» Si sentirono colpi e altri rumori strani. Il risultato di tanti maneggi fu che il rumore del motore riprese.
Per pochi secondi. Poi si interruppe di nuovo.
I colpi che arrivavano dal piccolo edificio di legno erano piuttosto preoccupanti, specialmente se connessi alle urla di Luca: «Brutto bastardo maledetto, adesso ti faccio vedere io... PUM... chi comanda qui ...PUM... che non sei tu ...PUM... a comandare ...PUM... perché se ti dico ...PUM... che devi andare avanti ...PUM... devi andare ...PUM... avanti ...PUM... capito, bastar...?»
Un ronzio riempì l'ambiente, mentre le luci si attenuarono per pochi secondi. Luca si interruppe a metà dell'ennesimo insulto; anche i colpi si interruppero. I neon continuavano a restare accesi, ma la luce vibrava, come se ci fosse qualcosa che disturbava la corrente. Emilio ebbe un presentimento.
«Luca?» disse, la voce che neanche lui riconobbe come sua.
Provò ad alzare la voce: «Luca? Va tutto bene?»
Nessuna risposta. Solo il ronzante rumore elettrico che proseguiva senza sosta.
Il giovane si fece coraggio e andò verso il capanno che conteneva i comandi dell'ascensore. Forse Luca era impegnato in qualcosa di importante, magari stava smontando qualcosa per farlo funzionare, forse non l'aveva sentito quando l'aveva chiamato... Arrivò alla porta del capanno, che era semi divelta. Da dove si trovava non si vedeva Luca.
Si avvicinò ancora, chiamando l'amico, e senza ottenere risposta.
Provò a mettere la testa dentro, girandola leggermente verso sinistra, e lo vide.
Luca era attaccato al tubo metallico che aveva usato percolpire una leva che si trovava più o meno davanti a lui; ma doveva avere sbagliato la mira, perché aveva invece colpito una parete metallica piuttosto leggera, che si era sfondata. Il tubo di metallo aveva fatto da conduttore e adesso Luca si trovava esattamente in mezzo a una scarica potentissima, che gli teneva serrati i muscoli, impedendogli di mollare la presa.
Vibrava per la tensione elettrica che lo stava attraversando, dalla bocca gli usciva copiosamente della saliva schiumosa; i capelli stavano bruciando rapidamente creando una specie di aureola intorno alla testa.
Nell'aria si stava diffondendo un acre puzzo di carne bruciata.
Emilio si rese conto immediatamente che Luca era già morto, quasi sicuramente fin da quando lo aveva chiamato per la prima volta, e che i movimenti erano causati dalla corrente. Ma questo pensiero razionale fu l'ultimo: la stanza prese a roteare e le luci si spensero fluidamente, mentre il ragazzo cadeva all'indietro, per sua fortuna, svenuto.




Inviato: 05 aprile 2009, 11:32
da overhill
Giorgio e Paola erano in Cucina. Stavano sbocconcellando dei panini.
«Secondo te sono riusciti ad uscire?» chiese Paola con la bocca piena.
«Bella domanda. Diciamo che lo spero ardentemente: sono quasi certo che le cose stanno andando in un modo che la famigerata Produzione non aveva certamente previsto.»
«Famigerata, addirittura!»
Giorgio alzò le spalle: «Be', l'impressione è che ci abbiano buttati qui sotto e che si siano dimenticati di noi. Perlomeno questa è l'impressione che ho io, gli altri non saprei.»
«Gli altri mi sa che condividono. Non saprei chi crede ancora veramente che il Gioco stia continuando. Dopo le due morti...» La donna vide gli occhi di Giorgio abbassarsi, e si affrettò a scusarsi: «Accidenti, scusami, ho parlato senza riflettere!»
L'uomo alzò una mano: «No, non ti preoccupare, devo farmene una ragione. Certo che sono sconvolto, ma io e Mariano vivevamo separati da diverso tempo. Solo dopo la morte di sua madre siamo tornati a vivere insieme, ma non siamo più riusciti a legare come avrei voluto.»
Paola mise una mano sul braccio di Giorgio: «Sono certa che anche lui avrebbe voluto riavvicinarsi. Non ha fatto in tempo, tutto qui.»
«Già. A proposito: secondo te come mai le mozzarelle erano state messe a bagno con l'origano? Non mi sembra una ricetta molto usuale, no?»
Fu la volta di Paola di fare spallucce: « Mah, magari qualcuno voleva fare qualche cosa di particolare, o magari dalle sue parti si usa così. Che importanza ha ora?»
«Nessuna, ma vorrei capire com'è successo che mio figlio se n'è andato...»
«Sospetti di qualcuno?»
Giorgio rispose meditabondo: «No, sospettare no. In fondo nessuno sapeva della sua allergia, tranne me, ovviamente.»
«Lo sapevo anche io» disse una voce sulla porta. Si girarono rapidamente e videro Beatrice. La donna sorrise e continuò: «Me ne aveva parlato qualche tempo fa. Quando è morta Barbara, se non ricordo male... mi sembra passato un secolo.»
Paola convenne: «Già, è incredibile come il tempo sia sballato qui sotto.»
«Sballato è la parola giusta, direi» disse Giorgio a bocca piena.
Paola si rivolse alla donna e le fece una domanda che le bruciava da qualche tempo: «Beatrice, cosa ti ha detto Mariano prima di... prima che...»
«Prima di morire... non ti preoccupare, Paola, te l'ho già detto» disse Giorgio con voce pacata.
Beatrice rifletté per qualche secondo: «Ho fatto molta fatica a capire, perché non riusciva a parlare, ma ha detto qualcosa di molto simile a “Sid non è quello che pensate”...»
«Che strana espressione...”non è quello che pensate”...» mormorò Giorgio, quindi strappò un boccone dal suo panino.
In quel momento le luci si abbassarono per qualche secondo. Giorgio deglutì con fatica, poi esclamò: «E adesso, cosa succede?»
Beatrice si guardò intorno, osservando le luci che si abbassavano e si alzavano, ritmicamente. Paola intervenne: «Forse Luca ed Emilio sono riusciti a far partire l'ascensore.»
Beatrice disse a mezza voce: «Speriamo, speriamo davvero. Ne abbiamo proprio bisogno. Speriamo che non si siano fatti male.»




Inviato: 07 aprile 2009, 00:54
da Fil
Oveeeeeeeeeer! Ok scusa scusa scusa scusa scusa se non l'ho letto prima. Ti dico solo che in 2 giorni ho letto tutti i capitoli che hai pubblicato e...Wow. Cioè, io non...ok, proabilmente queste espressioni di entusiasmo non ti serviranno a nulla, ma...Wow è l'unica cosa che riesco a dire in questo momento. Cioè è...è troppo angosciante, sembra di essere lì...non riuscivo a smettere di leggere e ora, che mi sono messo in pari...non riesco ad aspettare di vedere come va avanti! Complimenti! Davvero, io...sono impressionato.




Inviato: 07 aprile 2009, 08:23
da overhill
Grazie, Fil, e non ti scusare :)
I tempi di lettura sono diversi per ciascuno di noi e la pubblicazione su un forum pubblico è sempre problematica :)

Da qualche tempo sto pensando di pubblicare su un blog... ce ne vorrebbe uno fatto apposta per pubblicare libri, però... uhm, mica male come idea... :D




Inviato: 13 aprile 2009, 09:38
da overhill
18. Quando si cade in acqua si impara a nuotare

«Dio, che male!»
Emilio allungò la mano a toccarsi la nuca. Non sentì nulla di preoccupante, e guardandosi la mano ebbe la conferma che non perdeva sangue. Si alzò a sedere e scosse la testa. Si sentiva decisamente rimbambito: sicuramente aveva battuto cadendo, ma a quanto pareva non era cosa grave, se volevamo sorvolare sul mal di testa.
Improvvisamente si rese conto che le luci avevano smesso di danzare. Si alzò con fatica e si rimise in piedi.
Era indeciso se andare a guardare nel gabbiotto di legno. L'odore di carne bruciata era intenso e questo non faceva presagire nulla di buono. Era convinto che Luca fosse decisamente al di là di qualsiasi bisogno di aiuto.
Però... forse...
Si avvicinò alla porta e butto uno sguardo dentro.
Il corpo di Luca era completamente bruciato, e si era spezzato a metà interrompendo il flusso di corrente. Il tubo di ferro si era come saldato nella posizione e attaccato a questo era rimasta la mano destra con il bracco e una parte della spalla. Il resto era scompostamente a terra. Purtroppo era anche perfettamente riconoscibile.
Emilio fece due passi indietro tappandosi la bocca per non dare di stomaco.
«Oddiodiodiodiodio...» disse inebetito dal terrore, «cosa faccio adesso cosa faccio adesso mio dio miodiomiodiomiodio...»
Retrocesse lentamente fino all'angolo della stanza, continuando a ripetere parole senza senso mischiate a invocazioni. Continuava a parlottare e a lanciare occhiate a destra e a sinistra, gli occhi spalancati, un rivolo di saliva sgorgava incontrollato dal lato della bocca.
Quando la goccia di saliva arrivò al mento, Emilio si rese conto ebbe una fugace immagine di sé stesso rincoglionito e sbavante come un vecchio.
Doveva assolutamente riprendersi, se voleva avere qualche possibilità di uscire da lì.
Si alzò dritto e si pulì con il dorso della mano. Guardò verso il gabbiotto, poi osservò il vano dell'ascensore, circondato dalla rete metallica. Si allontanò dall'angolo, girando intorno al vano, tornando verso la porta di entrata. Alla sua sinistra vide un piccolo edificio di legno, simile a quello dei macchinari, sul quale c'era uno dei tanti cartelli, che indicava che quello era un «magazzino.»
Ci entrò.
Rovistò per qualche minuto, fino a quando trovò finalmente quello che trovava. Alzò l'accetta e la soppesò tenendola per il manico.
«Legno. Bene.»
In quei pochi secondi il femmineo Emilio aveva avuto una trasformazione incredibile. Una trasformazione che probabilmente sarebbe piaciuta molto al nuovo Luca. Ma questo, ovviamente, Emilio non poteva saperlo.
Andò verso la porta che chiudeva il vano ascensore, puntò un piede avanti e uno indietro, alzò l'accetta e diede un colpo fortissimo sulla rete metallica.
Che non fece neanche una piega.
«Ah, la metti così, brutta troia?»
Alzò nuovamente l'accetta e menò un altro colpo. Questa volta però corresse la mira, e cercò di centrare la luce tra la porta e lo stipite. La lama si incastrò, facendo traballare la porta. Emilio tolse con qualche fatica la sua arma, la alzò nuovamente e menò un altro colpo. E poi un altro e un altro e un altro ancora. La porta tenne ancora per alcuni secondi, ma infine cedette alla forza inaspettata che Emilio stava rivelando. Il ragazzo non sentiva più le braccia per lo sforzo, ma continuava a dare colpi su colpi, molti a casaccio. Intanto continuava nel suo personale mantra di convincimento: «Non sei morto invano ...PUM... non sei morto invano ...PUM... non sei morto invano ...PUM...»
Dopo molti colpi, molta fatica e molto dolore, finalmente la porta cedette di schianto, aprendosi verso l'interno.
Emilio cadde in ginocchio, lasciando l'accetta, ormai inutile.
Si piegò in avanti, ansimando; e così rimase per diversi minuti, recuperando le forze.
Infine si rialzò e tornò nel magazzino. C'erano moltissime cose, oltre all'accetta, ma non vide subito quello che cercava. Sapeva che per spostare le casse di legno si usano degli strumenti simili agli uncini dei pirati, con un manico di legno. Non sapeva come si chiamassero, ma in quel momento l'unico nome che si sentiva di dare loro era arrampicatori.
E dentro un armadietto ne trovò ben sei, quattro in più di quelli che servivano a lui.
Ne prese due e uscì, determinato come mai era stato.
Entrò nel vano dell'ascensore, scavalcando quello che era rimasto della porta. Si girò in modo da avere la porta alle spalle, e di fronte vide il gabbiotto dove Luca aveva trovato una morte orrenda.
C'era un cartello sulla parete interna del vano ascensore, non visibile da fuori: probabilmente era messo lì perché fosse visibile quando l'ascensore arrivava al fondo. Non si ricordava di averlo visto quando era arrivato.
«Meno trecentosette metri» lesse ad alta voce, «è un bel pezzo. Meglio che mi dia una mossa.»
Guardò in alto. Il vano era illuminato periodicamente da luci protette da un guscio, simili a tartarughe bianche, ma era impossibile vedere oltre un centinaio di metri.
Si avvicinò alla parete di sinistra che, per qualche motivo, gli sembrava la più percorribile. Era convinto che l'ascensore non occupasse tutto lo spazio interno, e che sui lati ci fosse abbastanza spazio per muoversi. Non ricordava esattamente, ma gli pareva che fosse così.
Dio, quanto era passato da quando erano scesi lì sotto? Sembravano davvero dei mesi!
Era circondato dal silenzio, rotto solo dai neon che ronzavano imperterriti. A pochi metri da lui c'era un suo amico, morto carbonizzato. E lui doveva affrontare una salita di trecento metri aggrappato a dei ganci, con il rischio che un ascensore molto ma molto grosso gli cascasse in testa.
“Decisamente una giornata no” si disse con una punta di ironia.
Osservò la parete metallica. I buchi lasciati dal filo metallico erano più che sufficienti per inserire i ganci. Lo fece con quello che teneva con la mano destra e provò ad issarsi. Sembrava tenere piuttosto bene. Inserì anche il sinistro e si alzò di qualche decina di centimetri. Appoggiò le punte dei piedi. Scivolarono leggermente. Le osservò chiedendosi se non era il caso di mettere dei ganci anche ai piedi, in qualche modo. Restare appeso per le mani era faticoso.
Decise che era il caso di trovare una soluzione. Tornò al deposito e prese altri due ganci, e un pezzo di corda di nylon, robusta. Tornò al vano e mise i ganci sotto i piedi, legandoli con la corda e fermandoli con un nodo robusto.
Mentre faceva il secondo nodo, gli sembrò di sentire uno scricchiolio provenire dall'alto molti metri sopra. Alzò lo sguardo ma non vide nulla. Un po' preoccupato torno a trafficare con i suoni nuovi artigli.
Facevano un po' male, stringevano ai lati e probabilmente dopo qualche tempo avrebbero bloccato la circolazione: non poteva funzionare. Provò allora a legarli come dei sandali, facendo passare la corda anche dalla parte posteriore del piede e agganciando il tutto al collo. Gli sembrava potessero andare, e anche quella specie di piccola imbragatura dava l'impressione di essere robusta.
Provò di nuovo a inserire i ganci delle mani nella rete, poi inserì quelli dei piedi.
Molto meglio. Decisamente molto meglio.
Emilio si concesse un sorriso, poi guardò verso l'alto e iniziò la difficile salita.
Da qualche parte aveva sentito che gli scalatori su ghiaccio avevano una sola regola: muovere un solo appiglio per volta, e così decise di fare anche lui. Impiegò qualche metro per trovare il ritmo giusto, ma infine riuscì a trovare la coordinazione necessaria: mano destra, mano sinistra, piede destro, piede sinistro, e poi di nuovo, mano destra, mano sinistra, eccetera.
Ad ogni ciclo mano mano piede piede, avanzava di circa quaranta centimetri. Per svagarsi si mise a fare calcoli a mente: se doveva fare trecentosette metri e faceva quaranta centimetri ad ogni ciclo di avanzamento, avrebbe impiegato, uhm, quasi ottocento cicli; se impiegava qualcosa come un secondo per ogni movimento, quindi quattro per ogni ciclo, il tempo totale diventava, uhm, tremiladuecento secondi, che divisi per 60 secondi in un minuto diventavano, uhm, una cinquantina di minuti. Insomma in meno di un'ora sarebbe stato...
...cranc...
Si fermò, terrorizzato. Il rumore metallico era avvenuto proprio sopra la sua testa, ma sembrava piuttosto lontano. Forse l'ascensore era stato smosso dai tentativi di Luca e adesso era in bilico; forse stava per precipitare, forse...
Guardò verso il basso: aveva già percorso qualche decina di metri e non era pensabile tornare indietro. E poi, anche se si fosse mosso, era quasi sicuro che ci fosse lo spazio per rimanere aggrappato alla parete senza essere toccato dal pesante...
Cranc!
Emilio sentì distintamente la parete metallica vibrare. Iniziò a sudare copiosamente per la tensione. Decise di proseguire.
Per alcuni minuti non successe nulla. La salita continuò regolarmente: mano destra, mano sinistra, piede destro, piede sinistro, fino a quando sulla parete alla sua destra non vide un altro cartello che gli tirò su il morale: «Meno duecento metri» disse ad alta voce.
Forse ce l'avrebbe fatta davvero...
CRANC!
Il rumore era più vicino e gli sembrava più intenso di prima. La parete vibrò in modo preoccupante, e quasi perse l'artiglio della mano sinistra, resa scivolosa dal sudore. Preoccupato se lo rimise in posizione, con il gancio che fuoriusciva tra l'anulare e il medio. Se stringeva bene il pugno era impossibile perderlo.
«Dai, dai, dai...» si diceva per darsi forza.
CRRRRRR CRANC!
Questa volta lo schianto fu accompagnato dallo stridore di metallo su metallo, impossibile sapere cosa stava succedendo in alto.
Si fermò di nuovo, ansando. Per quanto la salita con i quattro artigli fosse relativamente semplice, cominciava a sentire la fatica di tenere i pugni serrati; e poi c'era la tensione per quello che stava capitando sopra di lui.
Salì ancora di qualche metro. Si fermò a prendere fiato. E guardando in alto vide due cose, che erano in totale e assurda antitesi tra loro.
Vedeva chiaramente il fondo dell'ascensore a un centinaio di metri; e dai lati filtrava una cosa che temeva non avrebbe mai più visto: la meravigliosa luce del sole.
Purtroppo questa vista venne cancellata dalla seconda cosa che vide, cioè che la luce filtrava solo dai lati alla sua destra e alla sua sinistra del fondo dell'ascensore: quando si era fermato per considerare la posizione dell'ascensore nel vano, aveva giustamente valutato che ci doveva essere uno spazio tra questo e la parete esterna della cabina, ma questo era vero per le due pareti di fianco a lui.
L'ascensore scorreva a pochi centimetri dalla parete sulla quale si trovava aggrappato.
Si stava chiedendo come togliersi da lì, quando l'ascensore fece un movimento improvviso verso il basso, ripetendo il CRANC di prima.
E qui Emilio si rese conto che il CRRRR che aveva accompagnato lo schianto e che aveva fatto vibrare la parete, era l'esterno della cabina che grattava contro la parete del vano.
La parete sulla quale si trovava aggrappato disperatamente.
Forse i tentativi di Luca di far scendere l'ascensore avevano danneggiato il motore e adesso la grossa e pesante cabina dondolava liberamente dentro il vano, e si era inclinata, incastrandosi tra la parete dove si trovava Emilio e quella dietro di lui.
Doveva assolutamente spostarsi verso le pareti laterali.
Questo era più complicato di salire. Non doveva assolutamente incrociare i...
CRRRRR CRANC!
«Porca...» Emilio si mosse rapidamente verso destra, fregandosene se incrociava le braccia i piedi o anche le palle. Freneticamente si muoveva mentre...
CRANC CRRRRR CRANC CRRRRRR CRANC!
La cabina continuava incastrarsi, poi a cedere al suo peso e incastrarsi nuovamente.
«Diodiodiodiodiodiodio...» L'agitazione faceva sudare Emilio, e questo, unito alla fretta di spostarsi, gli fece mettere un artiglio in fallo. Si era incastrato quello di destra e per tirarlo, Emilio mancò la presa, la mano sudata sul legno scivolò e abbandonò l'artiglio, che, non più tirato, si sganciò e iniziò a cadere. Emilio cercò di prenderlo al volo, ottenendo il risultato di lanciarlo verso sinistra; fatti pochi metri, il gancio roteando si infilò in un buco, e l'ondulazione della rete lo costrinse a girare, agganciandolo al contrario, la punta verso l'alto e la maniglia verso l'interno del vano.
«Porca puttana di una porca puttana!» imprecò l'uomo.
CRANC CRRRRR!
Un altro spostamento. Emilio si aggrappò con la mano, artigliando la rete metallica.
Era arrivato all'angolo. Si sentiva ormai al sicuro. Guardò in alto e vide che sopra di lui la cabina era scesa parecchio, almeno una ventina di metri. Ma a questo punto c'era abbastanza spazio e finalmente poté tirare un sospiro di sollievo. Anche se la cabina avesse ceduto e fosse precipitata, lui sarebbe stato al...
CRRRR CRANC CRRRR CRANC!
La cabina stava per collassare e precipitare, non c'era dubbio.
Emilio alzò lo sguardo. Il pavimento della cabina era a poco più di una ventina di metri sopra di lui. Era indeciso se continuare a salire oppure se aspettare la caduta della cabina. Non sarebbe stata una cosa lunga, ma non poteva...
CRRRRRRRRR CRANC!
La cabina si fermò a due metri da Emilio.
Deglutì con difficoltà, la gola secca.
Si appiattì nel momento esatto in cui le funi di ritenzione cedevano al peso della cabina e questa iniziava a precipitare. Sentì lo spostamento d'aria provocato dalla grossa scatola metallica a poca distanza dalla schiena passare velocemente, ma senza danni. Era sempre più convinto che se la sarebbe cavata.
Il destino non era dello stesso avviso.
La cabina scese di un paio di metri, poi incontrò l'artiglio. Era piccolo, ma fu sufficiente a fermare temporaneamente a cabina. Rimase in bilico per pochissimi istanti, poi improvvisamente il gancio cedette e contemporaneamente la cabina si piegò verso Emilio.
Lo spigolo superiore della cabina dell'ascensore lo colpi con estrema violenza a metà della schiena, poco sopra i glutei, spezzandolo in due come un fuscello. Mentre la cabina strappava i fianchi e le gambe del ragazzo e li trascinava con sé, precipitando, la parte superiore di Emilio rimase aggrappata con la mano destra e l'artiglio sinistro. Non morì immediatamente e, stranamente, non sentì il dolore che ci si potrebbe immaginare con un trauma del genere.
Provò però un profondo, terribile senso di ingiustizia. A pochi metri da lui il solito cartello recitava la distanza dalla libertà: meno cento metri.
Con quel numero negli occhi, le mani di Emilio lasciarono la presa e lentamente, per un tempo infinito, cadde nel pozzo.
L'ultima cosa che pensò, precipitando, fu: «Tutto inutile, Luca, tutto inutile...».




Inviato: 13 aprile 2009, 13:47
da Fil
Over...però sei un tantinello Bastard Inside eh...appena un personaggio trova il suo piccolo momento di gloria guarda che succede! Hai questa capacità di rendere simpatici i personaggi giusto poco prima che escano di scena! :asd:




Inviato: 13 aprile 2009, 16:26
da overhill
:asd: E non è ancora finita: ci saranno delle sorpresone! :)




Inviato: 22 aprile 2009, 17:38
da overhill
Solo per tenervi aggiornati sul prosieguo del lavoro, volevo avvertirti che oggi ho iniziato il capitolo 18 e l'ho chiamato "la fine del gioco" :)

E non è l'ultimo :D




Inviato: 27 aprile 2009, 15:49
da overhill
Accidenti, non mi ero accorto che vi ho lasciati senza nuove puntate da così tanto tempo!! :)

Be', per festeggiare il mio compleanno (domani), vi metto un po' da leggere, ok? :D




Inviato: 27 aprile 2009, 15:52
da overhill
19. Una nuova accusa

Uno degli effetti più complicati da gestire, e che sicuramente erano stati attentamente valutati dalla Produzione, era la differenza di “fuso orario personale” che ogni concorrente avrebbe sviluppato in assenza di stimoli. Il ritmo circadiano viene chiamato in questo modo proprio perché è “all'incirca un giorno”, ma per ogni persona è diverso, e può variare anche di diverse ore in più o in meno.
Alcuni hanno un ritmo di quindici o venti ore, altri di 28 o trenta; e dopo periodi lunghi come quello che i concorrenti avevano passato, ognuno si trovava in un momento diverso del proprio tempo.
Qualcuno dormiva come se fosse notte, altri mangiavano come se fosse ora di pranzo o di cena, altri ancora bighellonavano per la grande struttura, chi leggendo, chi riposando, chi scrivendo.
Mentre Francesca continuava a dormire nell'infermeria.
Paola la stava osservando. Osservava i movimenti convulsi dei suoi occhi dietro le palpebre chiuse, la parte appena più convessa delle pupille che saettava continuamente a destra e a sinistra, freneticamente. Piccoli movimenti delle gambe agitavano saltuariamente il suo corpo magro.
Era molto preoccupata, non sapeva come aiutare la ragazza a superare quello che sembrava un blocco psicologico grave.
Era iniziato il giorno in cui era morto Mariano. Forse anche prima: Francesca si era rivelata molto sensibile. E poi c'era quella specie di mantra che aveva detto per diverso tempo, giorni probabilmente. Adesso aveva smesso, per fortuna, perché quella litania monocorde stava toccando i nervi di tutti.
Come diceva? Adesso è piena.
Cosa era piena. E di cosa?
E quel l'altra frase che aveva preso il posto del primo mantra: 307 sono troppi.
Cosa era trecentosette? E troppi per cosa?
«Tutto bene, Doc?» disse una voce alle sue spalle.
Paola si girò, trasalendo. Era Gianluca: «Scusami, ti ho spaventata. Non volevo» disse sorridendo ed entrando nella stanza. Indossava una maglietta con la riproduzione di uno smiley, due punti, un meno e una parentesi tonda chiusa: un simbolo poco consono all'atmosfera che si respirava nella Miniera da parecchio tempo.
«Come sta?» chiese indicando la ragazza stesa.
Doc si prese alcuni secondi prima di rispondere: «Sinceramente non lo so. Io non sono un vero medico, non so come aiutarla a risolvere il suo problema.» Scosse la testa: «Non so neanche quale sia il problema che ha.»
Gianluca la osservò: «Cosa fai nella vita?»
Paola esitò. Non amava parlare del suo lavoro, specialmente a estranei. Però a questo punto non c'era molto altro da nascondere, no?
«Lavoro in un laboratorio di analisi, sono laureata in gastrologia.»
«Mi sembra un bel lavoro.»
Paola sorrise: «In realtà non troppo. Io mi sto specializzando in coprologia.»
Gianluca spalancò gli occhi: «Vuoi dire che...?»
Paola sorrise amara: «Sì, che sono un'esperta di cacca.»
Si guardarono per diversi secondi. Poi Gianluca non resistette, e scoppiò a ridere. Paola sulle prime sembra quasi offesa, poi, lentamente, venne coinvolta dalle risate allegre del ragazzo e cominciò a ridacchiare. Dopo pochi secondi i due si stavano spanciando dalle risate, letteralmente tenendosi la pancia dal male.
Richiamati dalle risate, arrivarono anche Giorgio e Mauro: «Ma che succede?» disse Boss entrando nell'Infermeria. I due nuovi arrivati osservarono lo spettacolo strano dei due che ridevano senza freni.
Gianluca, continuando a ridere, riuscì a parlare a stento: «Succede... che grazie al nostro Doc... essere nella merda... è un vantaggio!»
Giorgio e Mauro si guardarono, poi iniziarono a ridere anche loro, anche se non avevano ben capito il senso della battuta. Si avvicinarono e rimasero per alcuni secondi a ridere tutti insieme, sempre più forte.
Si sa, l'ilarità è contagiosa.
La prima ad accorgersi che Francesca si era alzata a sedere e che li stava osservando seria, fu Paola.
«Francesca, finalmente: ben tornata.» disse smettendo di ridere, ma mantenendo un tono allegro. Si avvicinò al lettino, e gli altri la seguirono, rimanendo un po' indietro.
Tutti stavano guardando la ragazza.
Francesca osservò i quattro, uno per uno, poi abbassò lo sguardo a osservare qualcosa, ma era difficile capire cosa stesse osservando.
Il suo sguardo sembrava trapassare il gruppo, quasi fosse focalizzato all'infinito; disse: «Tu hai fatto in modo che non si salvasse.» Gli occhi le si girarono all'indietro e cadde di nuovo sul lettino, svenuta.
Le parole della ragazza avevano gelato i quattro.
Paola si sentiva colpita in prima persona dalle parole di Francesca. Lei non aveva salvato Mariano. Però non l'aveva ucciso: perché la ragazza l'aveva accusata?
No, aspetta, Paola si disse, non stava guardando me: stava guardando qualcuno dietro di me. Ma chi?
«E' veramente sconvolta» disse Mauro, la voce mogia di chi constata un fatto spiacevole sapendo di non poterci fare nulla, «chissà cosa voleva dire?»
Giorgio si rivolse a Paola: «Puoi darle qualcosa per farla stare tranquilla?»
«Più tranquilla di così! E' di nuovo svenuta: negli ultimi giorni ha continuato a svenire, a svegliarsi rimanendo sempre assente e ad addormentarsi di nuovo. E adesso questa accusa...»
«Non credo che intendesse parlare di te, Paola» disse Giorgio, protettivo, «secondo me è rimasta sconvolta da tutto quello che è successo ultimamente e adesso ha il cervello in tilt. Avrebbe bisogno di cure specialistiche.»
Mauro intervenne: «Già, a questo punto si sarebbe dovuto sapere qualcosa, credo, anche se senza Mariano non sappiamo quanto tempo è passato veramente, sicuramente da quando Luca ed Emilio sono partiti sono passati almeno due giorni.»
«Anche io ho calcolato più o meno 48 ore» confermò Gianluca.
«Se non sappiamo nulla vuole dire che il gioco sta proseguendo, no?» disse ancora Mauro, in tono vagamente speranzoso.
«Se sono riusciti ad uscire...» replicò Giorgio, in tono pratico.
Mauro disse con tono duro: «Se non fossero riusciti a uscire sarebbero tornati qui. Per quanto sia difficile girare nei cunicoli al buio, loro hanno le torce e uno di loro è un ex militare, quindi sono certo che sono usciti, che hanno parlato con la stramaledetta Produzione, oppure con quella testa di cazzo di Sid, e adesso stanno lì a farsi beffe di noi!» Alzò la mano destra, mostrando il dito medio, e con il braccio teso fece un giro su sé stesso, non sapendo dove di preciso fossero le telecamere.
Intanto Giorgio rifletteva: sapeva che Francesca aveva un tipo di memoria con la quale registrava tutto, per cui quello che aveva visto era sicuramente importante. Ma come sapere cosa aveva visto, poiché era temporaneamente inavvicinabile? E poi, era saggio parlare con la ragazza, sempre che ci riuscisse, davanti agli altri? E se sì, davanti a chi?




Inviato: 27 aprile 2009, 16:02
da overhill
20. L'istinto del Padre

Altre ore erano passate, probabilmente altri giorni, ma Francesca non dava segno di riprendersi. Qualunque cosa fosse quello che aveva visto, l'aveva sconvolta al punto di preferire una forma di ipnosi continua piuttosto che affrontare la situazione. Paola aveva preferito mettere una seconda brandina in infermeria, per stare vicino alla ragazza se, e quando, si sarebbe svegliata. In quel momento dormiva profondamente.

Giorgio era nella sua camera. Dormiva, e stava sognando.
Era con Mariano e stavano camminando su un lungomare. Non sapeva di quale città, sembrava un posto come Rimini, molto turistico. Ma non c'era nessun altro tranne loro. Il mare era mosso, il tempo freddo e loro passeggiavano senza fretta, lui a destra, verso il mare e il ragazzo a sinistra.
Tra di loro un silenzio sereno, per nulla imbarazzato; un silenzio che solo tra persone in sintonia può non dare fastidio. Due persone che godono della reciproca esistenza, senza bisogno di controllarla.
Improvvisamente Mariano decise di parlare, con tranquillità: «Non è poi così male, sai?»
«Cosa?»
«Essere morto. Non si sente freddo, né caldo... e neanche dolore, fame, sete, odio. Si sta bene.»
L'uomo non rispose immediatamente. Aspettò che le parole cadessero, godendo qualche altro minuto di silenzio.
«Non è come quando dormi?»
Mariano sorrise: «No. Quando dormi sai che ti puoi svegliare. Quando sei morto invece no. E' come quando cammini sul lungomare di una città sconosciuta con qualcuno, e stai bene.»
«E tu stai bene?»
«Sì. Meglio di quanto non stessi quando ero vivo.»
Giorgio lo guardò. Era come si ricordava, coi capelli lunghi e lo sguardo ironico e divertito, sempre in cerca della sfida, ma non per cattiveria. Disse con dolcezza: «Non credo di essere stato...»
«...un buon padre?» lo interruppe il ragazzo, «No, forse no, ma non credo di essere stato neanche io un buon figlio. Sicuramente sono stato un ragazzo difficile, volevo sempre essere in competizione con te, volevo sempre sfidarti.»
Tacque.
«Ti sei mai chiesto perché?»
Giorgio scosse la testa, senza rispondere a voce.
«Perché speravo che per una volta mi dicessi “bravo!”.»
Tacque nuovamente per diversi secondi. Il padre si rispose da solo: «E non l'ho mai fatto...»
«Mai.»
Dopo diversi secondi continuò: «Ma anche questo non è una tua colpa. Sei stato abituato così, a calci in culo, mi dicevi sempre. Non è colpa tua.»
Giorgio si fermò e si girò verso il ragazzo che fece lo stesso. Si trovarono uno davanti all'altro, i volti a pochi centimetri l'uno dall'altro. Sorridevano entrambi con un viso un po' ebete.
Mariano continuò, in tono tranquillo: «Ma non è neanche colpa mia!»
Alzò la mano destra, nella quale era comparso un coltello enorme, e con un movimento fluido tagliò la gola al padre.
Giorgio si alzò di scatto nel letto, tenendosi la gola e respirando affannosamente, sentendo ancora il sapore del proprio sangue in fondo alla gola, e la lama che rapidamente passava sopra il pomo d'Adamo, tranciando cartilagini e nervi e vene, facendo spillare il sangue che disperatamente e inutilmente cercava di fermare con la mano.
Impiegò diversi secondi a riprendersi.
Si girò, buttando i piedi sul pavimento freddo. Il contatto lo fece stare leggermente meglio. Si alzò e si stiracchiò borbottando: «Che razza di sogno di merda!.» Fece un inventario mentale e si scoprì piuttosto affamato: probabilmente una capatina in cucina a farsi un panino non sarebbe stata una brutta idea. Si prese la pancetta con entrambe le mani e la valutò: stava mettendo su peso lì sotto, con tutti quei panini.
«Ma chissenefrega!» disse ad alta voce, facendo suonare l'espressione come una sola parola.
Si buttò addosso una maglietta, si infilò i pantaloni di una tuta, le scarpe da ginnastica e si incamminò verso la cucina.
Non incrociò nessuno. Molto probabilmente erano tutti a dormire; magari i loro orari si erano nuovamente sincronizzati, anche se forse qualcuno aveva perso, oppure aveva guadagnato, uno o più giorni.
Faceva piuttosto fresco.
Arrivato alla cucina notò come la luce fosse spenta.
Strano. Non ricordava di avere mai visto la luce spenta in quella zona. Di solito si lasciava accesa quella centrale, a basso consumo, per evitare di andare a sbattere ovunque.
Smanacciò sulla parete, alla ricerca dell'interruttore. Ne trovò uno composto da diverse levette, che fece scattare una per volta, senza ottenere nessun risultato.
Entrò nella penombra: accidenti, non sarebbe stato un po' di buio a impedirgli di farsi un signor panino!
Superò l'area centrale, dove si trovavano tutti i fornelli, e si diresse verso il grande frigorifero doppio, posto al termine del lungo tavolo metallico da lavoro.
Notò qualcosa in terra, sembrava un fagotto. Strano, si disse per la seconda volta. Sopra al tavolo di fianco al frigorifero c'era un altro mucchio di stracci. Altra cosa strana.
Per qualche motivo, che non avrebbe mai saputo spiegare, la colonna vertebrale venne percorsa da un improvviso refolo ghiacciato. Aveva paura, e non ne riusciva a capire il motivo.
Si schiarì la voce, più per sentire un suono conosciuto che per reale necessità. Quando fu a una decina di metri si rese conto che la forma stesa a terra, davanti al frigorifero aveva una figura vagamente umana.
Si avvicino ancora. I suoi dubbi residui vennero spazzati via: era proprio una persona, ma c'era qualcosa che non andava, non riusciva a capire chi... Si mise di fianco e da quella posizione non si accorse che il fagotto sopra il tavolo si era mosso, silenziosamente. Si chinò sopra il corpo, per cercare di osservare meglio il volto, ma non c'era niente da fare, non riusciva a capire... Avvicinò l'orecchio al petto, sopra il simbolo della faccina che ride, per sentire il battito, ma non sentì nulla.
Improvvisamente sentì un lieve cigolio e quasi contemporaneamente il grosso frigorifero si abbatté su di lui, schiacciando la sua testa contro il corpo sul pavimento. Non fece neanche in tempo a puntellarsi sulle braccia, che si ritrovò compresso ossa su ossa, carne su carne, sangue su sangue.
Il dolore sembrò esplodere dietro la nuca, dove una delle maniglie l'aveva colpito. In un attimo di lucidità si rese conto che il collo si era appena spezzato e che, forse, aveva ancora pochi secondi di vita. Sentì il viso sfondare il torace del corpo che stava sotto di lui, sentì la bocca e la gola invasa dal sangue, i brandelli di polmone, cuore e liquidi che entravano nelle vie respiratorie: non poteva neanche pensare di respirare.
Il suo ultimo pensiero, scandito da quei pochi attimi, fu per suo figlio e per tutto quello che non aveva mai fatto. Soprattutto quella parola, quella che non gli aveva mai detto, quella che forse avrebbe cambiato tutta la loro vita, se solo avesse avuto il coraggio di dirla prima.
«Bravo, Mariano: sei sempre stato un bravo...»




Inviato: 27 aprile 2009, 16:04
da overhill
Domani vi metto l'ultimo capitolo della seconda parte, che, senza falsa modestia, trovo veramente bello! :)




Inviato: 27 aprile 2009, 17:52
da Fil
:mumble:
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Inviato: 27 aprile 2009, 17:56
da overhill
Tranquillo Fil, domani metto il capitolo 21, poi comincio con la terza parte e lì spiego diverse cosette ;)