[Romanzo] Dove la notte (a capo) inizia

Voi vivreste nel buio?

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Messaggio da Blu » 25 febbraio 2009, 15:47

Tu ci vuoi male [:^] :asd:
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Messaggio da overhill » 25 febbraio 2009, 16:00

Ih ih :asd:

Invece per un eventuale capitolo con Stefania... dovrei pensarci un po'... :)






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Messaggio da Blu » 25 febbraio 2009, 16:27

No ti pregooooo.. lasciaci almeno quell'illusione :asd: (scherzo :P )




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Messaggio da bashira » 26 febbraio 2009, 09:33

IO ho superato il primo decesso e sono allo strano funerale... Appena pubblichi i capitoli ti segnalo giusto una svista grammaticale. ( che poi magari hai già corretto :asd: ).
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Messaggio da bashira » 26 febbraio 2009, 17:56

nooooooooooooooooooooooooo pure lui? :X :X




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Messaggio da Blu » 26 febbraio 2009, 18:18

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Messaggio da overhill » 27 febbraio 2009, 08:34

10. Il ritorno di Sid

«Scusate, ma qualcuno ha notizie di Sid?»
La frase era stata buttata lì da Beatrice mentre si trovava in Soggiorno, in compagnia di Francesca e Mauro, che ormai erano inseparabili, ed Emilio.
Il mulatto esclamò: «Accidenti, hai ragione, Mamma Bea! Con tutto il casino che c'è stato avrebbe dovuto farsi vivo il nostro misterioso ospite, anche solo per dirci che era tutta una prova.»
Mauro con un tono dubbioso interloquì: «Be', non è detto. Non sappiamo se lui ci può vedere, anche se penso di sì. E poi non sappiamo se tutta la miniera è coperta dalle telecamere.»
Francesca si intromise in aiuto dell'amico: «E poi magari non può intervenire per regolamento. Anche se non ricordo nessuna regola a riguardo. Anzi, veramente non ricordo neanche che si sia mai parlato di Sid.»
Emilio declamò in tono ispirato: «Siamo abbandonati al nostro destino: neanche davanti al nero spettro della morte il nostro unico collegamento con il resto del mondo ci verrebbe in aiuto!»
Beatrice lo riprese: «Emilio, smettila, mi stai facendo paura.»
Il ragazzo non aveva nessuna intenzione di smetterla, assunse un cipiglio feroce, digrignando i denti: «Dovremo sbranarci tra di noi, eliminarci l'un l'altro, ucciderci in mille modi diversi per arrivare alla vittoria finale, e mai Sid verrà in aiuto delle povere vittime!»
«Mamma Bea ti ha chiesto di smetterla, buffone» disse una voce tranquilla e ferma. Luca era sul vano della porta che portava all'Officina. Si stava pulendo le mani con uno straccio e puntava i suoi occhi gelidi sul ragazzo.
«Hola, John, como estas? Eravamo tutti preoccupati che fossi da qualche parte a matar qualcuno.»
Il riferimento alla vicenda della Cella 2 non piacque a Luca, che continuando a pulirsi le mani con lo straccio si avvicinò con aria minacciosa al giovane: «Brutto...»
Beatrice si alzò e si pose tra i due: «Smettetela di fare i bambini. Mi pare che adesso abbiamo un problema più importante di farsi i dispettucci.»
Paola e Giorgio entrarono in quel momento. L'uomo disse: «Quale problema?»
Rispose Francesca per tutti: «Il nostro amico Sid.»
«Si è fatto vivo?» rispose Paola, stupita.
«No, e il problema è proprio quello.»
Giorgio ci arrivò per primo: «Cavolo, è vero. Dopo tutto quello che è successo avrebbe dovuto intervenire, credo.»
«Magari possiamo provare a chiamarlo» disse timidamente Francesca.
Emilio non perse l'occasione: «Giganteee, pensaci tuuuuu!» disse riproponendo una vecchia pubblicità con una voce discretamente piacevole.
Mauro lo guardò storto: «Be' non mi sembra poi un'idea malvagia. Magari dobbiamo proprio fare così per richiamare la sua attenzione.»
Luca borbottò: «Stronzate.»
Probabilmente l'idea era davvero quella giusta, ma a quanto pare nessuno voleva essere l'artefice dell'esperimento.
Beatrice fu, per l'ennesima volta, l'elemento di rottura.
Si alzò in piedi e si mise in mezzo alla stanza, anche se era certamente superfluo, e alzò nel silenzio una vocina piccola e decisa: «Sid!»
Non si sentì nulla per alcuni secondi.
Da un angolo arrivò la voce sommessa di Luca: «Stronzate» ripeté.
Quasi contemporaneamente al commento di “John” arrivò la voce metallica dell'undicesimo protagonista del reality: «Eccomi. Avete bisogno?»
Si sentì distintamente un sospiro di sollievo.
Alcune voci si accavallarono allegre e stupite: «Hola... Ben tornato... Ma dove ti eri cacciato?... Ma come mai...?»
La voce di Sid sovrastò il clamore: «Calma, calma, parlate uno per volta.»
Giorgio fu il primo a prendere la parola: «Sid, per quale motivo non sei intervenuto?»
La voce sembrava non avere nessuna nota di stupore: «Per quale motivo sarei dovuto intervenire?»
«Non ti sei accorto di quello che è successo?» continuò l'uomo.
«Non mi sono accorto di nulla. Ho solo notato che stavate discutendo.»
Francesca afferrò il polso di Mauro, che la guardò. Lei non disse nulla.
«Barbara ha avuto un problema con una delle celle frigorifere.»
«Problema un cazzo! Quello stronzo ha cercato di uccidermi!» Barbara era entrata nella stanza e nessuno se n'era accorto, fino a quando non aveva urlato.
Luca non rispose, si limitò ad alzare un dito medio sporco di grasso, fingendo di pulirselo con lo straccio.
Sid chiese: «Le celle sono studiate per non creare problemi. Se si verificano situazioni di panico consiglio di non entrare nelle celle.»
I presenti si guardarono tra loro. La frase era decisamente strana: consiglio di non entrare nelle celle?
Giorgio era titubante: «Be', certo è una soluzione. Mi pare un po', come dire, provvisoria, ma può andare bene. Che ne pensi, Barbara?»
La ragazza aveva un evidente broncio. Rispose con tono arrabbiato: «Se quello non si avvicina, non avrò problemi di nessun tipo.»
«Ok, situazione risolta.» Giorgio chiuse l'argomento.
«Sid?» Mauro si era alzato in piedi.
«Dimmi» rispose la voce metallica che sembrava provenire da ovunque.
«L'ultima volta che ci hai parlato, che in realtà era anche la prima, hai detto che ci sarebbero state delle prove. Sinceramente non so quanto tempo sia passato, ma ricordo che hai detto che la nostra prova per quel giorno era di organizzarci per il pasto, cosa che abbiamo fatto. Poi non ti abbiamo più sentito fino a ora, e questo è successo perché ti abbiamo chiamato noi. Insomma, vorrei capire cosa sta succedendo: possibile che abbiamo tutto questo tempo libero? Da quel poco che conosco dei Reality Show le prove avrebbero già dovuto cominciare da tempo.»
Sid non rispose subito, sembrò valutare la domanda. Poi disse: «Il tempo, quando ci si trova in una situazione di privazione sensoriale come la vostra, diventa instabile. E questo è uno degli obiettivi del gioco: osservare in che modo ognuno di voi sente il tempo che passa.»
Mauro sorrise guardando Francesca. Poi aggiunse: «Capisco, però non hai risposto alla mia domanda.»
Sid si prese ancora alcuni secondi prima di rispondere: «Quale domanda?»
I presenti si guardarono tra loro. Paola si chinò verso Giorgio e bisbigliò: «Ma è scemo?»
Mauro ripeté: «Quando inizieranno le prove?»
Sid rispose immediatamente: «Le prove vengono stabilite dalla Produzione.»
Nel frattempo si era aggiunto anche Gianluca, che concretizzò la domanda che aleggiava da un po': «Ecco, che dice la Produzione?»
Anche in questo caso la risposta di Sid fu praticamente immediata: «In questo momento non ci sono indicazioni.»
«Cosa cazzo vuol dire che non ci sono indicazioni? Qui siamo in pericolo!» urlò Barbara.
Sid invitò alla calma: «Vi invito a tranquillizzarvi, non c'è nessun pericolo. Siete monitorati continuamente. Non c'è nessun pericolo.»
Giorgio intervenne: «Uhm, questa cosa del monitorati continuamente non è che mi faccia impazzire, ma se è per la nostra sicurezza...»
«E poi abbiamo firmato un contratto che ci impegna a lasciarci filmare» terminò Gianluca.
«Giusto» dissero due o tre voci.
Luca girò le spalle al gruppo e gettò lo straccio all'interno dell'Officina, senza entrarvi: «Giusto o non giusto, io ho fame e vado a farmi un panino.» Non si capì se era nelle intenzioni dell'uomo di estendere l'invito a qualcun altro, ma Giorgio non si fece scappare l'occasione per stemperare la tensione, e rispose: «Buona idea, ti spiace se mi aggrego?»
Luca non sorrideva mai e neanche questa volta venne meno alla sua abitudine, ma fece un gesto e disse: «Certo, Boss, sei il benvenuto.»
Paola si alzò e seguì i due; quando Luca se ne accorse fece una smorfia appena dissimulata, ma vedendo Giorgio che era palesemente contento della decisione della donna, fece finta di nulla e uscì dal Salone diretto verso la Cucina.
Francesca disse ad alta voce: «Sid?»
«Sono qui: di cosa hai bisogno?»
«Volevo capire una cosa.»
«Dimmi.»
La donna pensò per qualche secondo alla domanda: «Hai detto che non ci sono indicazioni dalla Produzione.»
«Esatto» rispose la voce metallica.
«Ma le prove che dovremo superare sono già state stabilite oppure vengono indicate man mano che il gioco prosegue?»
Sid tacque per alcuni secondi. Francesca pensava che se ne fosse andato, e disse: «Sid?»
«Sono qui, stavo controllando. Le prove, come ho detto, verranno stabilite dalla Produzione, quindi saranno indicate appena sarà arrivato il momento. Intanto vi consiglio di godervi il panorama e visitare la Miniera. Se avete bisogno di me, basta chiamare.»
Francesca guardò verso Mauro, che sorrise. Il ragazzo si chinò verso l'orecchio dell'amica e disse qualcosa. Lei spalancò gli occhi e si tirò indietro, imitata da lui. Mauro sorrise ancora e fece cenno di sì con la testa.
La manovra non era sfuggita a Emilio, che non perse l'occasione: «Ehi, colombelli, non volete condividere il vostro meraviglioso segreto con il resto della truppa? Dai, che cosa vi costa? Qui abbiamo tanto poco da sparlare, per ora...»
Francesca arrossì e Mauro disse sorridendo: «Nessuna cosa che ti riguardi, Emilio, e niente che tu possa immaginare.»
Il mulatto allargò le braccia comicamente e disse con voce particolarmente acuta: «Einstein carissimo, tu non hai idea di cosa io riesca a immaginare.»
Mauro alzò gli occhi al cielo comicamente, e rispose: «Einstein? Cavoli, questo sì che è un signor soprannome! E, a proposito, come mai tu non hai una 'ngiuria?»
Beatrice si inserì: «Una cosa?»
«Una 'ngiuria, un soprannome in dialetto siciliano.»
«Bello, ingiuria» rise Emilio «suona bene. Dunque io chi potrei essere?»
Beatrice ridendo rispose: «Moretto.»
«Uhm, no, troppo ovvio» disse Emilio.
«Man in Black?» propose Francesca.
«Ma no, non mi vestirei mai di nero, neanche se fosse l'unico colore della terra!»
Barbara si era calmata dopo l'uscita di Luca e si cominciava a divertire: «Sidney!»
«Uh, come Poitiers, carino, mi piace. Veramente lui è molto più nero di me, però se vi piace a me sta bene.»
Gianluca non aveva partecipato molto alla conversazione, ma l'ultima parte comica gli era piaciuta, e fu lui a mettere il sigillo sulla 'ngiuria di Emilio: «Benissimo, per i poteri che nessuno si sarebbe mai sognato di darmi, io ti battezzo Sidney
Ci fu una risata generale, che durò un paio di minuti, poi il gruppo lentamente si disperse.
Beatrice andò in cucina e trovò Giorgio, Paola e Luca intenti a preparare alcuni panini dalle dimensioni imbarazzanti, secondo il suo punto di vista. Quando Boss la vide entrare la salutò calorosamente: «Mamma Bea, ciao. Cos'era quel casino che abbiamo sentito di là?»
Beatrice rispose: «Niente di particolare, abbiamo battezzato Emilio con il suo soprannome.»
Paola continuando a trafficare con la mozzarella chiese: «Che nome avete scelto?»
«Sidney.»
Luca fece un mezzo sorriso chiaramente ironico, ignorato dagli altri tre.
«Non male, ma preferisco il mio» disse allegramente Giorgio.
«Quanti panini avete fatto?»
«Uno, due, tre... mi pare una dozzina» rispose Paola contando a occhio.
«Posso prenderne un paio?»
Giorgio rise: «Abbiamo fame, eh, Mamma?»
Beatrice arrossì: «Un pochino. Posso?»
«Prego» rispose Paola.
La donna scelse un grosso panino al prosciutto e formaggio, e uno più piccolo con la mozzarella e il pomodoro. Li mise in un piatto e prese due tovaglioli.
«Grazie» disse al terzetto con un sorriso. Si girò per andarsene e Giorgio le disse: «Mentre vai di là avverti gli altri che c'è da sbafare, qui.»
«Va bene» rispose la donna.
Ripassò nella Sala da Pranzo e nel Salone Centrale, si sporse dalla porta del Salotto e avvertì il resto della ciurma dei panini.
Sulle scale che conducevano alla Zona Letto incrociò una Barbara particolarmente buia in faccia. Decise di non chiedere nulla e si limitò a sorriderle, ricevendo in risposta un debole movimento degli angoli della bocca..






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Messaggio da bashira » 27 febbraio 2009, 13:55

Arrivano tardi.. :asd:.. non sanno che ci sta già pensando qualcuno..
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Messaggio da overhill » 27 febbraio 2009, 16:50

Ma porca... :shock:

Comunque, come sai, la mia storia è leggermente diversa, perché va a parare da tutt'altra parte ;)






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Messaggio da bashira » 27 febbraio 2009, 21:19

[:^] e si... certo che cmq sei " bastard inside " a lasciarci così :asd:




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Messaggio da overhill » 28 febbraio 2009, 07:44

Si chiamano "finali aperti"... servono per giustificare un "dove la notte inizia II" :asd:






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Messaggio da doppiaelle » 28 febbraio 2009, 07:52

:asd: :asd:




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Messaggio da bashira » 28 febbraio 2009, 09:57

overhill ha scritto:Si chiamano "finali aperti"... servono per giustificare un "dove la notte inizia II" :asd:
e lo so...ma ci sono rimasta male lo stesso :asd:




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Messaggio da overhill » 01 marzo 2009, 09:38

11. Il primo incidente

Si era divertita durante lo scambio di battute con Emilio, e il battesimo del mulatto le aveva fatto dimenticare per qualche minuto il suo astio verso quell'imbecille con i muscoli gonfiati. Non riusciva a capire in che modo Francesca era riuscita a convincere tutti che il poverino non c'entrava nulla con il suo, chiamiamolo così, incidente e che era lei che aveva delle fisime da prima donna.
Be', per essere proprio sinceri non aveva detto proprio così, ma le sembrava proprio che il tono fosse quello, tra le cose dette e le cose non dette, che superavano le prime di gran lunga. Che poi, le sembrava che nessuno avesse chiesto a quella specie di rana quale fosse la sua opinione. E sicuramente non lo aveva fatto lei.
Certo che passare altri mesi con quegli idioti...
Per fortuna che tutto veniva registrato, e che alla fine avrebbe potuto prendere le registrazioni e sbatterle in faccia a quegli stupidi, urlando con gioia: «Avete visto, cretini? Avevo ragione io! Era lui che voleva farmi del male!»
Sarebbe stata una bella soddisfazione.
Però tutti quei mesi...
Forse sarebbe stato meglio trovare qualcosa per difendersi, qualche tipo di... arma.
Un coltello? Uhm, sicuramente in cucina ce n'erano, ma in questo momento il cretino era lì e lei non voleva certo farsi vedere da quelle parti mentre trafficava con qualche mannaia. Magari più tardi, quando nessuno avesse visto, avrebbe potuto recuperare qualcosa, ma adesso?
Prima cosa da fare, andare in bagno.
Mentre tornava incrociò quella vecchia rincoglionita che tutti chiamavano Mamma Bea: patetica donnucola! Dava l'impressione di una persona che, se voglie ne aveva avute, non le aveva mai soddisfatte. Forse uno o due figli, ma la sua presenza nel cast di quel gioco idiota lo rendeva improbabile.
Un marito? Uhm, se sì, doveva essere stato un bel poveraccio, primo ad averla avuta come moglie, e secondo a esserci andato a letto.
Rispose al sorriso della donna automaticamente, limitando al minimo l'increspatura della pelle. In fondo, in quel posto isolato, era meglio avere un alleato, se non un'amica, e quel paradosso di donna le sembrava sufficientemente disperata da poter credere di essere sua amica.
Restava il problema dell'arma: abbiamo detto che il coltello non va bene. E allora?
Visto che il deficiente era in cucina, il posto migliore era proprio nel suo regno. Barbara, sperando che rimanesse per un po' impegnato nella sua nuova attività di cuoco dei poveracci, si diresse verso l'Officina.
In Soggiorno non c'era nessuno, probabilmente erano andati tutti a ingozzarsi con i panini gentilmente offerti dalla ditta Testa di Cazzo & Co., e questo non faceva che fare il suo gioco.
Entrò nell'Officina per la prima volta da quando era arrivata... per la prima volta, e per pochissimi secondi, cercò di calcolare da quanti giorni erano lì sotto, ma la sua mente superficiale le suggerì un numero compreso tra due e tre, non di più. Per i tre secondi netti che la sua mente dedicò al problema, fu più che sufficiente, e assolutamente soddisfacente, questa risposta.
Il problema continuava a essere un altro: l'arma.
Girellò per il vasto ambiente, controllando ogni oggetto appeso alla parete, aprendo diversi cassetti che, con sua soddisfazione, scorrevano dolcemente su rulli ben lubrificati, e quindi non producevano quasi nessun rumore.
La maggior parte degli oggetti che vedeva era per lei senza significato: riconosceva un cacciavite o un martello, ma davanti a una pialla manuale la sua cultura di bricolage si fermava sbigottita, come un cavernicolo davanti a un accendino. Lasciò scorrere le dita su molti utensili misteriosi, senza capirne l'uso e senza immaginarne i possibili utilizzi come arma. E quindi ignorandoli.
In un cassetto trovò un taglierino. Provò con qualche imprecazione ad aprirlo, ma non riuscì a farlo e quindi lo ributtò all'interno con un moto di stizza. Be', forse un cacciavite sufficientemente lungo poteva essere adatto. Ne prese uno dalle dimensioni imbarazzanti, con la punta piatta e lo soppesò nella mano destra.
Dava fiducia. Lo tenne e continuò nell'esplorazione per cercare qualcos'altro che potesse collaborare con quell'oggetto per migliorare le sue difese.
Non trovò altro, ma venne attirata dalla porta di fianco alla quale un grosso cartello, uno dei soliti, diceva “Magazzino Attrezzeria”. Non aveva ovviamente idea di cosa fosse una Attrezzeria, ma sapeva benissimo cosa era un Magazzino e quindi andò a dare uno sguardo.
Probabilmente un archeologo che si fosse trovato davanti all'Arca dell'Alleanza non avrebbe avuto un'espressione più felice!. Come se fosse appena entrata in una specie di paradiso terrestre, si addentrò tra i vari scaffali colmi di quelle che le sembravano armi nucleari, mitragliatori, fucili a canne mozze, bombe a mano e qualunque altra cosa i tanti film d'azione le avevano insegnato a considerare “arma”, senza darle nessuna idea del loro effettivo aspetto. O del loro utilizzo, ovviamente.
Percorse i varchi tra gli scaffali passando la mano sui vari macchinari, quasi cercando di capirne gli scopi semplicemente accarezzandoli. Si avvicinò a un cumulo di sbarre, dall'aspetto rudemente edile, e le catalogò come “assolutamente inutili”.
In un angolo c'erano alcune maschere di quelle che le era capitato di vedere a protezione di alcuni tizi che stavano riparando una tubatura un giorno che aveva particolarmente fretta e che, naturalmente, un cantiere era esattamente tra lei e la sua destinazione.
“Fiamma ossidrica”, pensò con un vago senso di entusiasmo, non solo per avere ricordato una parola così complessa, ma anche perché era veramente l'arma ideale. Non si rese ovviamente conto che stava confondendo uno strumento, per quanto pericoloso, con un lanciafiamme, oggetto ben più letale e manovrabile rispetto alle due grosse bombole.
Si avvicinò e osservò i due contenitori verticali. Erano montati su un piccolo carrello, e questo le fece piacere. I colori erano diversi, probabilmente contenevano due gas diversi, pensò la ragazza. Le due bombole erano dotate ognuna di un rubinetto, ed un piccolo tubo metallico le collegava tra loro. Un altro rubinetto si trovava su un altro piccolo pezzo di tubo che usciva da quello comune, e che terminava con una filettatura alla quale si doveva, probabilmente, collegare qualcosa. Nella parte inferiore del carrello, una placca metallica identificava l'azienda produttrice come «Turin Security», un nome decisamente pretenzioso.
Barbara spostò il cacciavite dalla mano destra alla sinistra, e usò quella ora libera per saggiare il grosso rubinetto della bombola di destra.
La girò.
L'onda d'urto che si sprigionò dalla valvola le staccò immediatamente la mano dal resto del corpo, spappolandola; il braccio venne lanciato all'indietro, rompendo i legamenti del gomito e della spalla in un colpo solo, disarticolandolo in modo assurdo. Una frazione di secondo dopo la vampa luminosa raggiunse i begli occhi azzurri, facendoli implodere e spegnendoli per sempre. Il volto perse la perfetta simmetria spostandosi verso destra e perdendo parte della pelle nel calore immediato e feroce.
In tutto l'istante infinito che Barbara impiegò per morire, ebbe solo la fugace immagine di sé stessa, bambina, con un vestitino rosso, colore che vide per la prima e ultima volta nella sua breve vita.






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Messaggio da overhill » 01 marzo 2009, 09:41

Mariano era di nuovo nel suo letto, con il solito lettore di MP3 infilato saldamente nelle orecchie e gli occhi serrati. Il RdM, il Resto del Mondo come lo chiamava sempre lui, non avrebbe potuto essere più lontano di così. Questa volta a tenergli compagnia erano gli Slip Knot: percussioni ossessive, chitarre così distorte da diventare quasi incomprensibili, voci che urlavano la loro rabbia, e sotto un batterista tanto frenetico quanto preciso. Mariano sapeva che il batterista degli Slip Knot era anche il chitarrista di un altro gruppo, ed era bravo anche con quello strumento. Lo invidiava un po', per la sua capacità di cambiare pelle semplicemente mettendo giù un plettro e prendendo un mano due bacchette.
Una delle particolarità della musica degli Slip Knot è che a parti estremamente rumorose potevano seguire alcuni secondi di silenzio quasi assoluto. In uno di quei rari spazi, durante i quali i timpani erano finalmente lasciati tranquilli, Mariano sentì chiaramente la porta della sua stanza che si apriva.
Tenne gli occhi serrati, e abbassò il volume fino ad azzerarlo.
Non sentiva più nulla.
Aprì gli occhi.
Beatrice era seduta sulla sedia davanti al tavolo, e aveva un piatto in mano con due panini decisamente invitanti. Sorrideva.
«Ciao, Mariano. Hai fame?»
Il giovane guardava alternativamente i panini e il volto sorridente della donna, distanti pochi centimetri.
Beatrice posò il piatto sul tavolo: «Ti dispiace se io prendo il panino con mozzarella e pomodoro? Scusami, sai, ma io ci vado matta; specialmente quando ci mettono anche l'origano, come in questo caso.»
Mariano si tolse le cuffie e si alzò dal letto: «Origano? Uh, per carità! Sono allergico alle lamiacee, quindi niente origano, basilico, maggiorana oppure timo. Ma tanto non me ne piace neanche una, già dall'odore, figurati a mangiarle...»
Si avvicinò al tavolo e osservò il secondo panino, un mucchietto decisamente grande di pane, prosciutto e emmental. Sentì chiaramente la bocca riempirsi di saliva, neanche fosse un cane di Pavlov.
Guardò ancora la donna. Prese il panino e tornò a sedersi sul letto: «Grazie» disse a mezza voce, cominciando a mangiare. All'inizio titubante, ma poi la fame prese il sopravvento e si diede da fare per far sparire il grosso tramezzino.
Beatrice rise: «Piano, piano, nessuno te lo porta via.»
Mariano finì il panino in pochissimi minuti. Masticò con gusto gli ultimi rimasugli e coronò il tutto con un rutto sonoro: «Oh, porca miseria, scusami!» disse coprendosi la bocca con la mano.
La donna rise: «Nessun problema, vuole dire che hai apprezzato. Anzi, sai cosa ti dico?» e terminò la frase facendo un piccolo rutto anche lei.
Mariano sorrise per alcuni secondi, poi tornò serio.
«Grazie, sei molto gentile.»
«Di nulla, Mariano, bisogna nutrirsi regolarmente se vogliamo andare avanti. Sai come si dice: sacco vuoto non sta in piedi
«Ho presente. Non amo molto i proverbi, ma alcuni ci azzeccano proprio.»
Beatrice rise: «Sì, la chiamano la saggezza dei vecchi, e a volte i proverbi sono proprio utili. A volte ti tolgono dai guai. Anche perché spesso sono il risultato di esperienze di anni e anni.»
«Già.»
«E a volte dicono un sacco di cretinate. Ad esempio rosso di sera bel tempo si spera...» allargò le braccia comicamente: «a parte che il bel tempo si spera sempre, se non c'è che arrivi e se c'è che rimanga; e poi mi spieghi a cosa serve questo proverbio qui sotto?»
Mariano sorrise di nuovo, più convinto: «In effetti a poco.»
«Esatto.»
I due tacquero per qualche secondo, poi Mariano, inaspettatamente, iniziò a parlare: «Sono preoccupato, sai?»
«Di cosa?»
«Di quello che sta avvenendo qui. C'è qualcosa che non quadra. Ho sentito prima che parlavate con quel Sid, ma quel tipo non mi convince proprio. C'è veramente qualcosa di sbagliato.»
«Dici? Be' in effetti è strano che non sia ancora successo nulla, a parte l'incidente di Barbara...»
«Ecco, vedi? E' una delle cose che mi ha stupito: come mai con quello che è successo a quella specie di Barbie, Sid non è intervenuto? Possibile che l'abbia fatto apposta per vedere come ce la saremmo cavata?»
Beatrice era dubbiosa: «Mah, a quanto dice Sid siamo sempre monitorati. Anche adesso il nostro colloquio credo sia registrato, perché immagino che le telecamere siano un po' dappertutto e sicuramente nelle nostre camere ce ne sono diverse...» arrossì «... e la cosa non mi fa piacere quando mi devo cambiare!»
Mariano sorrise brevemente: «Immagino» poi tornò serio: «Però c'è un'altra cosa che non mi quadra: le prove che avremmo dovuto superare. Come mai non ci hanno ancora detto nulla?»
«Sid dice che...»
«Sid secondo me non ne sa niente!» disse il ragazzo con foga.
Beatrice rimase un attimo in silenzio: «Tu dici che è semplicemente un tramite e che non ha nessun potere decisionale?»
«Secondo me è pure peggio.»
La donna era decisamente curiosa. Invitò il giovane a proseguire: «Cosa intendi?»
Mariano continuava a palleggiare il suo lettore di MP3, da una mano all'altra. Sembrava indeciso se dire o meno una cosa importante. Guardò la donna e si convinse che era la persona giusta per condividere quel segreto così strano: «Beatrice, ti devo dire una cosa, ma promettimi che lo terrai per te.»
«Te lo prometto, ma mi pare che qui quello che dici lo sentiranno in tanti» disse la donna ridendo.
Mariano invece era serissimo: «Non ne sarei così sicuro e voglio proprio dimostrartelo.»
Beatrice ascoltava attentamente.
«Bene» proseguì il giovane, «quando siamo entrati qui abbiamo passato quella specie di dogana dove hanno controllato che non avessimo apparecchi che permettono di misurare il tempo. Hanno controllato anche questo scatolino ma l'hanno fatto passare perché in effetti non gestisce il tempo. Non potevano sapere che in realtà permette comunque di misurarlo.»
Alzò il lettore: «E' un lettore di MP3, piccolino e con una autonomia piuttosto notevole. Ha la sua batteria ricaricabile che dura circa venti ore a funzionamento continuo. Una volta scaricato ci vogliono esattamente quattro ore per ricaricarlo perfettamente, così in totale possiamo dire che ogni giorno reale questo scatolino è all'inizio della carica.»
La donna aveva perfettamente capito: «Quindi mi stai dicendo che tu sai da quanto siamo qui sotto?»
«Esatto.»
«Interessante. Ma non credo che quattro o cinque giorni...»
Mariano sorrise ironico: «Quattro o cinque giorni? Beatrice, mi spiace dirtelo, ma io ho già fatto otto cicli di ricarica del mio scatolino.»
Beatrice non rispose per alcuni secondi; non aveva compreso subito la portata della rivelazione. Lentamente la consapevolezza dell'enormità che aveva appena sentito si fece strada: «Otto giorni? Ma... non è possibile... io sono andata a dormire solo quattro volte... e non mi sembra di avere dormito tanto... non potrebbe essere rotto?»
«Non credo. L'ho comprato una settimana prima di venire qui, è ancora relativamente nuovo. So che ci sono degli effetti strani sulle batterie ricaricabili, che il ciclo di carica e scarica si può eseguire solo un determinato numero di volte, e che spesso, verso la fine della loro «vita» hanno dei problemi di ricarica, ma questo è veramente troppo nuovo: non ha neanche un mese!»
Beatrice era piuttosto sconvolta: «Otto giorni... ma non è possibile che non ci abbiano più contattato. Anche quel Sid, abbiamo dovuto chiamarlo, se no non si sarebbe fatto più vivo, anche dopo il pasticcio della Cella 2...»
«Esatto, è proprio quello che mi sembra strano. Otto giorni che siamo qui e non si sono più fatti vivi... secondo me c'è qualche pasticcio.»
La donna si alzò, risoluta: «Dobbiamo parlarne agli altri.»
Mariano si alzò a sua volta: «Sei sicura?»
«E' una cosa troppo grossa per tenerla per noi. Dobbiamo dirla a tutti, e decidere cosa fare.»
«Già, cosa fare? Da quando siamo arrivati non siamo più usciti da qui e non sappiamo cosa ci sia in giro...»
Beatrice insistette: «Parliamone con gli altri e decidiamo cosa fare: è la cosa migliore.»
Mariano sembrava scocciato: «Spero che non mi saltino addosso come al solito... e perché non l'hai detto prima?... e perché non hai parlato?... e te lo volevi tenere per te... sapessi quante volte...»
Beatrice si avvicinò al ragazzo e lo abbracciò delicatamente. Mariano non era abituato a quelle manifestazioni d'affetto e si irrigidì; improvvisamente arrivarono immagini che pensava di avere sepolto molto profondamente: la mamma in abito da sera, vicino a quello, che lo salutava con un sorriso, l'arrivo della polizia con lo psicologo dal volto liquido che lo invitava a seguirlo, la sequenza senza senso dei volti piangenti, gente che non ricordava di avere conosciuto prima e che non avrebbe probabilmente mai più ricordato; il funerale, vicino solo fisicamente a suo padre, in realtà a migliaia di anni luce di distanza; le stampelle di suo padre, che ogni volta gli mandavano lo stesso messaggio con pochissime varianti: “lei e morta e io no, lei è morta e io no, lei è morta... lei è morta... mamma è morta... “.
Gli si riempirono gli occhi di lacrime e per questo nascose il volto nell'incavo tra la spalla e il collo della donna, che dolcemente rispose: «Lo so, piccolo, lo so... rilassati adesso e stai tranquillo, ci sono io ad aiutarti...»
In quel preciso istante la stanza nella quale si trovavano vibrò improvvisamente. Il primo pensiero fu che si stesse verificando un terremoto, ma il rumore che accompagnò la vibrazione, un colpo secco e profondo, li convinse immediatamente che qualcosa era appena esploso.






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