[Romanzo] Dove la notte (a capo) inizia

Voi vivreste nel buio?

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Messaggio da overhill » 07 febbraio 2009, 10:53

12. Il secondo computer

Gianni si rialzò. Negli ultimi minuti era rimasto appoggiato alla scrivania, osservando Stefania che navigava nelle varie immagini memorizzate nel computer. Sentì i muscoli lamentarsi, dopo essere rimasti troppo tempo tesi. Si fregò gli occhi e cercò di fare mente locale. E per tranquillizzare la ragazza lo fece a voce alta: «Aspetta, aspetta, non saltiamo alle conclusioni. Cerchiamo di ragionare.»
Stefania non disse nulla, si limitò ad annuire lentamente.
«Innanzi tutto, potrebbero essere le prove di un film, qualcosa legato a un carcere o qualcosa del genere. E questo spiegherebbe perché non si vedono finestre. In fondo il proprietario del computer stava lavorando con una casa di produzione televisiva, quindi magari stavano preparando qualcosa del genere.»
Stefania aveva smesso di annuire. Rifletteva sulle decine di immagini che aveva visto. Tutte immobili, tutte sembravano fisse su una stanza o su un angolo. E in ognuna compariva una persona, o una parte di una persona: «Non so, non mi convince.»
«Per quale motivo?»
«Perché le immagini sono fisse. Ho provato a cliccarci sopra, ma non è successo nulla. Potevano essere degli spezzoni, ma avrei dovuto vederli in qualche modo, no? Invece niente, solo immagini fisse.»
«Magari è un tipo diverso di film, una cosa tipo reality.» Mentre lo diceva Gianni si rese conto che poteva essere benissimo così: «Ecco, un reality, con le telecamere fisse e che riprendono quello che capita, senza montaggio, senza niente.»
«Sì, questo potrebbe essere. Ma perché le immagini fisse?»
«Be', hai notato che in ognuna si vede un braccio, una gamba, una persona di schiena e cose del genere. Magari le telecamere sono impostate per registrare solo quando ci sono movimenti.»
Stefania continuava a guardare la donna e il suo urlo silenzioso: «Ma si può fare una cosa del genere?»
«Sì, è tipico delle telecamere di sorveglianza registrare solo quando ci sono movimenti. Si risparmiano tonnellate di nastro, o di memoria in questo caso.»
Stefania indicò lo schermo: «Ecco, infatti qui dice che il disco è pieno. Ma di cosa, di queste immagini?»
«Può essere.» Gianni era dubbioso, ma si stava muovendo in un campo non suo e non voleva dare false speranze. «Una cosa è sicura: qualunque sia la natura di queste immagini non sono certo in questo computerino.»
«In che senso?»
«Nel senso che se è vero che il portatile non è stato toccato negli ultimi cinque anni, e che è fermo a quattro anni e rotti fa, vuole dire che ci devono essere un po' di mesi di registrazioni, e anche se sono limitate a quando ci sono dei movimenti, dobbiamo parlare di diverse migliaia di gigabyte di roba...»
«Aspetta: diversi mesi?»
Gianni si strinse nelle spalle: «Per forza: il computer non è più stato toccato quindi già cinque anni fa era posizionato su questo programma, quindi...»
La ragazza mormorò: «Porca miseria! Cinque anni!»
Teneramente il ragazzo appoggiò la mano sulla spalla della fidanzata: «Terribile, hai ragione.» Riprese: «Comunque dicevo, il PC è vecchio di cinque anni e per quanto innovativo allora, non credo abbia la memoria necessaria per contenere tre anni di registrazioni.»
«Quindi?»
«Quindi non è questo il computer che cerchiamo, ma credo che sia in questo posto. Questo scatolino serve probabilmente solo per tenere sotto controllo il programma senza andare fisicamente nella stanza dove si trova il computer principale. E non credo che sia in giro per il mondo, ma proprio qui.»
«Dici?»
«Dico.»
Stefania si appoggiò allo schienale e sbuffò: «Porca miseria. Siamo al punto di partenza. Non abbiamo trovato il super-computer, non sappiamo chi sia questa gente, e dove si trova. Non sappiamo se sia ancora viva, non sappiamo neanche se è veramente in pericolo... non sappiamo un sacco di cose, porca vacca!» Si alzò e si diresse verso la finestra, «e per di più qui fa un caldo boia!»
«Già...» iniziò a dire Gianni, ma si interruppe quasi subito: «Aspetta: cosa hai detto?»
Stefania aveva aperto la finestra e stava aspirando l'aria fresca che entrava. Si girò a mezzo e rispose alla domanda con uno sguardo interrogativo: «Ho detto che fa caldo, ecco perché ho appena aperto la finestra...»
Gianni era rimasto folgorato da un pensiero: «Stefania, questa volta ti ho bagnato il naso» disse sorridendo.
«In che senso?»
«Nel senso che la poliziotta sei tu, ma io ho appena scoperto dove si trova il computer.»
La ragazza spalancò gli occhi. Non riusciva a capire cosa le era sfuggito: Gianni aveva capito dal fatto che faceva caldo... improvvisa arrivò la spiegazione: «Accidenti, non ci avevo pensato! Se fa così caldo, quel condizionatore che ronza lì fuori dove manda l'aria fredda?»
Gianni rise: «Esatto!»
Stefania corse verso la parete di fondo, controllando freneticamente: «Deve essere una parete finta, magari c'è qualche passaggio segreto...»
«Ehi, Agatha Christie, non ti agitare. Magari è soltanto una stanza nascosta dalle librerie: non vedi come riempiono esattamente la parete fino al soffitto? Probabilmente sono state fatte su misura. Stai buona e non cercare pulsanti nascosti o finti libri da spostare.»
I due giovani si misero davanti alla parete di fondo e l'osservarono con occhi nuovi: era composta da quattro librerie piuttosto grandi, completamente riempite di libri, sia singoli che enciclopedie. Di sfuggita Stefania pensò che per leggere tutta quella roba non le sarebbero bastate due vite. Gianni si avvicinò a osservare la giunzione tra le prima a destra e quella successiva. Lanciò un urlo di gioia: «Ecco qui! Guarda! Ci sono delle cerniere. Sono molto sottili, nascoste dentro il legno, ma sono visibili!.» Si spostò rapidamente verso la giunzione tra la prima a sinistra e la seconda. Anche lì erano presenti le cerniere.
«Quindi si apre al centro, giusto?» chiese Stefania, che di carpenteria non ne capiva un granché.
«Aspetta, fammi vedere.» Gianni infilò le mani nei due lati nascosti dai libri che componevano la giunzione centrale. La profondità non era enorme, circa una trentina di centimetri, giusto lo spazio per un libro di medie dimensioni.
«Trovato. Ci sono delle rientranze a mezzaluna: si direbbe delle specie di maniglie. Provo a tirare.» Puntò il piede, e con un lieve sbuffo le due librerie iniziarono ad aprirsi come una specie di armadio.
«Aspetta, ti aiuto» disse Stefania. Si pose di fianco al ragazzo e tirò a sua volta.
Con lentezza le due pareti si aprirono, producendo un lieve rumore metallico.
Nella luce proveniente dallo studio, era visibile una piccola stanza, con una specie di scatola metallica al centro. Da sinistra arrivava uno sbuffo di aria fresca, proveniente dal condizionatore che aveva aiutato a risolvere il problema. Sul piccolo schermo era presente l'ultima immagine che il sistema aveva registrato, il viso della donna che imitava inconsciamente l'urlo di Munch, e la frase sconnessa che aveva scritto probabilmente su una tastiera, a giudicare dagli spazi irregolari tra le parole.
Al centro continuava a lampeggiare la domanda di sistema:

Codice: Seleziona tutto

9998 – Disco pieno, si desidera eseguire un wrap?
Stefania osservava tutto quasi stupita di esserci riuscita. Gianni rese in parole il pensiero della ragazza: «Ci siamo riusciti. Non so ancora come, ma ci siamo riusciti.»
Poi si rivolse verso la ragazza: «E adesso?»
Stefania rispose senza staccare gli occhi dalla computer: «Adesso dobbiamo trovare un sistema per scaricare tutti i dati che stanno nella pancia di questa scatola. Voglio vedere tutti i video che sono memorizzati.»



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Messaggio da overhill » 07 febbraio 2009, 10:55

Nelle due ore seguenti tutti i dati presenti nel sistema vennero analizzati da un amico esperto di computer, opportunamente chiamato da Stefania; aveva parlato di cartdridge: «Dentro ognuna di queste scatolette» disse «ci stanno qualcosa come 300 Gigabyte in compressione, parecchia roba, ma temo che ce ne serviranno un sacco.»
Stefania, che non aveva idea di cosa volesse dire quello che il tecnico aveva detto, gli fece una sola domanda: «E' possibile trasferire tutta questa roba su DVD per portarla su un computer normale?»
Mario, il tecnico, aveva squadrato Stefania e l'aveva sfidata: «Definisci normale.» Immediatamente però cambiò idea, «lascia perdere, lascia perdere. La risposta è sì, si può fare, ma l'altra domanda è ne sei sicura? Non per altro ma perché se ogni cassetta ci stanno 300 Gb e su ogni DVD ci stanno 9Gb circa, vuole dire che per ogni cassetta servono circa 34 dischi per ogni cassetta. E, come ho detto, ci saranno tante cassette.»
«Uhm. Soluzione?»
«Accidenti, parli come i miei clienti. Uffa, vediamo. Soluzione? Vediamo: il problema è che la macchina è relativamente vecchia, per cui non si possono collegare unità recenti, come masterizzatori di dischi blu ray o cose del genere. E' un peccato perché un disco BR contiene qualcosa come 25 Gb; ce ne vorrebbero tanti lo stesso ma sarebbero decisamente meno.»
«Senti, fai come credi, Mario, ma io ho bisogno di portarmi tutto quello che c'è lì dentro a casa, per poterlo visionare.»
Il ragazzo spalancò gli occhi guardando la giovane per un paio di secondi, poi sbottò: «Ma porca miseria, non potevi dirlo prima? Mi avevi solo detto se si poteva copiare il contenuto della memoria del computer e non cosa volevi farne.»
Stefania era un po' disorientata: «Scusa, ma cosa cambia?»
«Cambia tutto, porca vacca!» Si calmò un poco e cominciò a parlare come se si stesse rivolgendo a una bambina, piccola per giunta: «Vedi, questo computer sta registrando quello che avviene lontano da qui, e, a quanto ho visto, utilizza Internet per comunicare con qualche posto da qualche parte. Per realizzare questo collegamento si deve creare una VPN, ossia una rete privata virtuale, una serie di sistemi che dialogano tra loro grazie alla tunnellizzazione del segnale mediante SSL...» Il tono didattico destinato ai bambini si era perduto strada facendo, tanto che Stefania lo fermò: «Ehi, ehi, ehi, ferma tutto, non ci sto capendo niente. In parole non misere, miserrime, cosa stai dicendo?»
Mario si bloccò di colpo rendendosi improvvisamente conto che si era lasciato prendere la mano dall'entusiasmo. Scosse la testa e tornò a un linguaggio umano: «Sto dicendo che puoi collegarti da casa tua e lavorare come fossi qui.»
La ragazza spalancò le braccia e rise: «Ecco, ci voleva tanto? E' cosa lunga e-barra-o complicata?»
Il tecnico scosse ancora il capo, sconsolato.
«Bravo, Mario!» Stefania gli schioccò un bacio sulla fronte, facendo riemergere Gianni dal silenzio in cui era sprofondato da qualche minuto: «Ehi!»
«Zitto, tu! E tu, signore dei bit, datti da fare.»






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Messaggio da overhill » 07 febbraio 2009, 10:55

Il collegamento tra il sistema a casa del dottor Fantini e il piccolo e vetusto PC a casa di Stefania richiese solo un paio di ore, compreso il trasferimento dei tre ragazzi tra le due case.
«Ecco, clicca qui e qui e poi metti la password, te la scrivo su questo pezzo di carta, e sei dentro al sistema. Certo che se avessimo più tempo potremmo realizzare qualcosa di più performante, perché la banda passante...»
Stefania interruppe il suo amico: «Mario, ti prego, non cominciare. Così andrà benissimo.»
Il ragazzo si alzò: «Uffa, non ci si riesce mai a fare due risate. Comunque ti ringrazio per avermi chiamato: mi sono divertito con quella macchina, non ne vedevo da diverso tempo. Senti, io approfitto del collegamento per scaricare il contenuto del computer sul mio server: ci sono diversi terabyte disponibili, e penso proprio che sia il sistema migliore per salvare il contenuto di quel mostro, solo che, chiaramente, ci vorrà un po' di tempo, direi qualche settimana. Vabbe', vi lascio al vostro giochino. E fammi sapere se vuoi migliorare il collegamento.»
Stefania e Gianni risero, ma insistettero che andava tutto bene.
Mario se ne andò e i due ragazzi si piazzarono davanti allo schermo.
Lo spettacolo stava per cominciare.

fine della prima parte








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Messaggio da overhill » 08 febbraio 2009, 09:31

[center]Seconda Parte[/center]
[center]Il Gioco[/center]






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Messaggio da overhill » 08 febbraio 2009, 09:32

1. L'arrivo

Il grosso elicottero si posò quasi con grazia nel vasto spiazzo ricavato nel bosco. Degli svariati mesi necessari per la preparazione del posto, ben tre settimane erano servite per disboscare e ripianare per bene il terreno, per adattarlo alle riprese. Per evitare possibili problemi in futuro, e non certo per spirito ecologico, ogni albero tagliato era stato sostituito con un albero piantato in un'altra zona. Al momento opportuno la necessaria pubblicità sarebbe stata fatta: erano già pronte le immagini delle operazioni di piantumazione da mandare ai vari gruppi ecologisti, per farli stare tranquilli.
Il pilota, un tizio grosso e alto almeno due metri, disse con voce neutra: «Signore e signori, siamo arrivati.»
Alle sue spalle dieci persone stavano accalcate ai finestrini, vociando come una scolaresca in gita: «Ma guarda... una foresta... ma hai visto?... cosa credi che...? tutto qui?... adesso bisogna vedere... ma ci stanno già riprendendo?...»
Il gruppo era formato da quattro donne e sei uomini, molto diversi tra di loro.
Il pilota terminò la serie di operazioni necessarie per mettere in sicurezza il mezzo, impiegando alcuni minuti, durante i quali la comitiva continuò a cicalare.
Alla fine premette un enorme pulsante rosso.
Dalla parte posteriore del grosso mezzo si sentì un rumore metallico che fece fare un salto ai dieci passeggeri. La parete di fondo si aprì lentamente, fino a diventare una rampa che conduceva direttamente al prato.
«Signore e signori: siamo arrivati» ripeté il pilota. E continuò: «Scendete, ora, e prendete il sentiero a nord. Proseguite per duecento metri e troverete l'ingresso al sito.»
Il gruppo non si mosse. Ognuno aspettava che qualcun altro facesse un movimento. Uno alzò un dito e provò a parlare: «Scusi...»
La voce del pilota era ferma e decisa: «Nessuna domanda, per cortesia. Scendete e prendete il sentiero a nord. Non c'è altro che vi possa dire.»
Ci fu ancora qualche secondo di indecisione.
Da un angolo arrivò una vocetta sottile: «Be' se dobbiamo andare, andiamo, no?»
Tutti si girarono: La voce arrivava da una donnina piccola e rotondetta. Aveva un sorriso divertito e divertente, piacevole e contagioso. Tutti i presenti fecero cenni affermativi e sorrisero. L'unico a non sorridere fu un ragazzo decisamente giovane, che si limitò a buttarsi sulle spalle uno zaino sdrucito e a scendere per primo borbottando qualcosa. Anche gli altri raccolsero i propri bagagli e scesero disordinatamente dall'elicottero.
Si guardarono intorno per alcuni minuti, mentre il pilota richiudeva il portellone posteriore e faceva lentamente aumentare la portanza dei rotori, preparandosi al decollo.
Prima che il rumore diventasse troppo forte, uno del gruppo, un ragazzo dall'aspetto esotico disse ad alta voce: «Di là» indicando un varco nel muro di alberi che circondava lo spiazzo. Si diressero tutti verso il passaggio, mentre l'elicottero ripartiva.
Il passaggio era costruito in modo da far passare una persona alla volta, quindi il gruppo fu costretto a mettersi in fila indiana.
Una telecamera nascosta posizionata di fianco all'entrata del passaggio riprese le manovre dei dieci per passare da branco a fila e l'ingresso ordinato , mentre sullo sfondo l'elicottero decollava e si allontanava. Appena dietro gli alberi si stava lentamente alzando il sole. Gradualmente la telecamera si alzò, seguendo il gruppo e girandosi verso nord. Appena l'ultimo fu passato, la telecamera si riabbassò fino a terra, inquadrando da lontano le scarpe dell'ultimo della fila.
A un centinaio di chilometri di distanza, un grande televisore mostrava questa ripresa, mentre una decina di altri più piccoli che lo circondavano sulla grande parete, erano concentrati su altre inquadrature.
Una ripresa perfetta pensò Romanelli.
Il sentiero si srotolava tra gli alberi con numerose giravolte all'apparenza capricciose e inutili. Questo invece permetteva alle varie telecamere disseminate lungo il percorso di avere diverse inquadrature del gruppo.
I dieci procedevano caracollando con i bagagli, chiacchierando chi più chi meno, alcuni ridendo. Sembravano esattamente un gruppo di gitanti diretti all'albergo, e lo spirito era decisamente alto.
Uno degli uomini si avvicinò alla donna che aveva parlato sull'elicottero: «Signora, mi dia la sua borsa. Mi sembra piuttosto pesante.»
La donna sorrise nervosamente, stringendo a sé la grossa valigia: «No, no, la ringrazio, davvero non ce n'è bisogno. Non è molto pesante.»
L'uomo, alto e con una muscolatura che sembrava curata in palestra, osservò dubbioso la fatica che il fisico minuto della donna stava facendo per tenerla sollevata: «E' sicura?»
«Sicurissima.»
Dalle retrovie una voce femminile si alzò di qualche tono per farsi sentire: «Dai, Rambo, lascia stare la signora!»
Ci fu qualche risata imbarazzata. L'uomo si girò a guardare la proprietaria della voce, una ragazza giovane e molto carina. Come sempre gli capitava davanti a una bella ragazza, arrossì leggermente e non rispose, borbottando tra sé qualcosa che solo il ragazzo con lo zaino, che gli stava subito dietro, sentì: «Rambo è un coglione.»
La donnina sorrise ancora all'uomo: «Grazie, comunque.»
L'uomo non avrebbe risposto in ogni caso, ma in quel momento il ragazzo di carnagione scura che apriva la fila urlò: «Siamo arrivati!»
Poco più avanti il sentiero terminava in uno spiazzo delimitato dal bosco e dalla parete della montagna.
Tutti gli elementi della fila si ammucchiarono davanti a una grossa porta di metallo incastonata nella nuda roccia. La piccola area era sufficiente per accogliere i dieci abbastanza comodamente e tutti poterono osservare il cartello posto sopra la porta, che non lasciava dubbi sul fatto che quello fosse il loro obiettivo: «Qui inizia la notte.»
«Urca, che fifa!» disse una voce maschile. Tutti risero un po' nervosamente.
L'uomo che era arrivato per primo era anche il più vicino alla porta. Appoggiò la mano sulla superficie metallica e provò a spingere. La porta si aprì lentamente con un sinistro cigolio, che fece scomparire le risatine.
«Bene» disse l'uomo senza voltarsi, «andiamo?»
Nessuno disse nulla, e il capofila prese questo silenzio per un tacito consenso. Dietro la porta si apriva una grande stanza, scavata nella montagna, simile nelle dimensioni allo spiazzo che avevano incontrato subito fuori dalla porta di ingresso. Al centro del pavimento era presente un foro quadrato notevolmente grande, circondato da una parete di rete metallica dall'apparenza robusta. Su uno dei lati del parallelepipedo formato dalla grata si apriva una porta a ghigliottina, e su uno dei fianchi apparivano due grossi pulsanti.
«Un ascensore» disse qualcuno.
Una voce femminile rise: «Accidenti, che osservatore!»
L'uomo che era il bersaglio della frecciata, si girò a osservare la ragazza. Giovane ma non una ragazzina, valutò. Graziosa senza troppo apparire, sicuramente non si valorizzava quanto l'altra, quella che aveva preso in giro quella specie di marcantonio.
Sorrise e rispose in tono serio: «In effetti, signorina, sono un acuto osservatore. Per questo mi sono accorto che ha una... qual è il nome giusto... ah, sì, una caccola che le sporge dalla narice destra. La sua destra, ovviamente...»
La donna prese un fazzoletto da una tasca e fece per pulirsi il naso, ma l'uomo non aveva finito: «... o forse no.»
Quasi tutti risero, tranne il solito ragazzo con lo zaino sdrucito e la donna con il fazzoletto in mano. Ripose il piccolo oggetto borbottando: «ma che razza di scherzi...!»
Contemporaneamente si udì un rumore sordo seguito da un fischio piuttosto acuto. Tutti si girarono verso l'ascensore. L'uomo che era entrato per primo aveva ancora la mano sul pulsante di chiamata. Dalle profondità della terra si sentiva un rumore cigolante che indicava che la cabina stava salendo. Sopra il cubo metallico si vedevano i cavi che sparivano in alto in una rientranza della roccia, dove erano nascosti i meccanismi che mettevano in movimento la cabina.
Dopo alcuni snervanti minuti arrivò al piano.
La porta venne aperta e i dieci entrarono tutti nello spazio.
Qualcuno disse: «Ma ci terrà tutti?»
«Nessun problema» disse qualcun altro. «La targhetta indica che porta venti persone per 2400 Kg. C'è qualcuno che è ingrassato di recente?» La battuta provocò qualche risatina.
Chiusero la porta. Su una pulsantiera erano presenti tre tasti uno sopra l'altro: quello in alto aveva una freccia in su, quello in mezzo invece riportava la dicitura «ALT.»
Il tasto inferiore era contraddistinto da una freccia verso il basso dal significato fin troppo evidente.
«Andiamo?» disse il solito uomo dalla pelle scura.
«Andiamo» risposero diverse voci.
Premette il tasto inferiore e la cabina iniziò a muoversi rumorosamente. Nascoste ai dieci, due telecamere controllavano la scena. Una era dentro l'ascensore, mentre l'altra era posizionata nella parte nascosta in alto, e forniva una visione struggente della cabina mentre scendeva nelle viscere della terra.
Un'altra ripresa perfetta. Ma questa volta nessuno la stava osservando.



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Messaggio da overhill » 08 febbraio 2009, 09:33

La discesa durò un'eternità, almeno a giudicare dalle sensazioni del gruppo. Dopo diversi minuti di discesa all'interno di un tunnel verticale completamente scavato nella roccia e protetto dalla gabbia di rete metallica, improvvisamente sotto di loro si aprì uno spazio enorme, nel quale la cabina dell'ascensore si fermò rudemente. Una voce femminile mandò un piccolo urlo quando la cabina si bloccò con un sobbalzo.
La porta venne aperta e tutti uscirono, molti con un sospiro di sollievo.
«Bene, e adesso?» disse la ragazza del fazzoletto.
Tutti si guardarono intorno.
C'era una sola uscita per cui tutti si spostarono in quella direzione: il varco dava su un tunnel che si allungava sia a destra che a sinistra.
«Destra o sinistra?» chiese qualcuno.
«Secondo me è uguale» rispose il tipo muscoloso. Molti assentirono.
«Ok, allora destra» rispose il mulatto incamminandosi.
Il tunnel era piuttosto grande, circa due metri di larghezza, e avrebbe permesso di viaggiare in due affiancati, ma la marcia in fila indiana era ormai stata accettata da tutti, e anche in questo caso si posizionarono in questo modo.
Dopo circa trecento metri la strada girava decisamente verso destra.
L'uomo muscoloso osservò: «Be', direi che non abbiamo scelta, mi pare.»
Ci furono dei cenni di assenso da parte di molti.
Proseguirono ancora per qualche centinaio di metri. Lungo la strada incrociarono alcuni varchi sulla sinistra. In corrispondenza di ogni varco erano presenti dei cartelli che riportavano la parola “Galleria “ seguita da un numero. Ne incontrarono tre, la prima era la numero 12, l'ultima la 14.
Percorsero ancora alcune decine di metri e finalmente trovarono una porta.
Entrarono e trovarono delle scale che conducevano verso il basso. Scesero tutti facendo risuonare i gradini metallici, producendo una cacofonia fastidiosa.
Il primo piano che incontrarono aveva una porta e un cartello che indicava come quella fosse la “Zona Giorno”.
Scesero di un altro piano e trovarono la “Zona Notte”.
«Probabilmente qui ci sono le camere da letto» disse l'uomo che aveva guidato l'arrivo.
Aprirono la porta e entrarono tutti in una grande stanza. Il solito cartello diceva che quella era la “Area Comune 1”. Su uno dei lati si aprivano cinque porte numerate da 1 a 5.
«Sì, ecco le camere» disse la ragazza carina, aprendo una delle porte. La donna grassottella aprì un'altra porta: «Uh, che meraviglia! Non vedevo l'ora di posare 'sto mattone!» disse entrando e buttando la valigia sul letto. Si sedette su una sedia metallica e si tolse le scarpe con un mugolio di soddisfazione.
Intanto gli altri stavano continuando a perlustrare; passarono attraverso una grande stanza praticamente vuota, una specie di grande corridoio con due porte grandi - una era quella da cui provenivano - e alcune scale che conducevano di sopra. Al centro un grande disegno circolare con una freccia. Oltre la seconda porta trovarono una seconda area con le altre camere.
Tutte le stanze erano identiche, dotate di letto, una scrivania con cassettiera, un armadio metallico decisamente capiente, un piccolo lavandino sormontato da uno specchio in un angolo. Nel giro di pochi minuti tutti si erano accaparrati una stanza.
Le due aree erano speculari. Su ognuna si aprivano cinque camere da letto, e in un angolo erano presenti cinque gabinetti che si potevano usare anche come docce. .
Erano tutti indaffarati a prendere possesso della propria stanza, quando risuonò una musica di atmosfera, seguita dopo pochi secondi da una voce impostata, da speaker radiofonico, resa vagamente metallica dagli altoparlanti: «Buongiorno a tutti, e benvenuti alla prima edizione di Hearth of DarkMess, il primo esperimento televisivo di reality assoluto.» Si udì una voce femminile ululare e qualcuno ridere.
La voce continuò: «Signori, signore, quando avrete finito di rinfrescarvi, vi invito a recarvi tutti nel Soggiorno, nell'ala sud del primo piano, che potrete raggiungere semplicemente seguendo le indicazioni dei cartelli. Ci vediamo lì.»
Con uno scatto metallico la voce sparì improvvisamente come era arrivata, mentre la musica continuò ancora per qualche secondo, affievolendosi lentamente.






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Messaggio da overhill » 08 febbraio 2009, 16:03

Ed ecco le piantine che mi sono preparato per ragionare sugli spostamenti dei nostri dieci eroi :)



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Edificio Principale - Primo Piano.jpg
Pianta del primo piano, zona giorno
Edificio Principale - Piano -1.jpg
Pianta del piano -1, zona notte
Edificio Principale - Piano -2.jpg
Pianta del piano -2, zona magazzini



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Messaggio da Blu » 08 febbraio 2009, 17:29

Sono abbastanza simili a come me le immaginavo dal racconto :) , soprattutto l'area a -2 :D

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Messaggio da overhill » 08 febbraio 2009, 19:31

Certo che si, ma potrò pubblicarle solo DOPO la fine, e tu sai il perché ;)






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Messaggio da overhill » 09 febbraio 2009, 09:45

2. Riflessioni

Francesca si osservò per la centesima volta nello specchio.
Ma chi gliel'aveva fatto fare di partecipare a quella boiata di gioco? Accidenti. Aveva dovuto firmare una mezza montagna di carta per sollevare i tizi del canale televisivo dalle responsabilità. Quali, poi, non riusciva a immaginarlo.
E non aveva potuto parlarne con nessuno. Aveva dovuto giurarlo solennemente, firmare altri documenti apposta per questo aspetto della faccenda.
Spense la sigaretta. La schiacciò con forza, quasi con rabbia.
Si bloccò interdetta. Forse la stavano già filmando? Anche nell'intimità della camera? Scema che sono: è ovvio che stiano filmando.
“E probabilmente neanche nel cesso si potrà avere un po' di tregua”.
«Bah» disse ad alta voce, poi continuò a riflettere. Nel frattempo continuava a mettere le sue cose nell'armadio, senza alcun ordine.


Le camicie, in ordine di colore: le scure a sinistra, le chiare a destra, e in mezzo quelle intermedie. In ordine, così.
Bene.
Poi le giacche. Be', probabilmente non serviranno, ma non si sa mai. I pantaloni appesi al contrario...
Perfetto, a posto.
Mauro fece un passo indietro osservando compiaciuto l'ordine perfetto dell'armadio nel quale stava lentamente posizionando tutte le sue cose. Le stava estraendo da una valigia dalle dimensioni generose. Non c'era neanche bisogno di controllare, perché anche nella valigia gli abiti erano perfettamente ordinati secondo la sequenza che era stata riportata nella disposizione all'interno dell'armadio. Era sempre stato un po' scocciato dall'impossibilità di mantenere i pantaloni dritti, senza doverli piegare per farli stare nella valigia, per quanto grande fosse..
Si fermò per un istante. Si avvicinò maggiormente alla gamba perfettamente liscia di un pantalone. Quasi perfettamente.
Maledizione, lo sapevo: una piega!


Cazzo, una ruga!
Barbara provò a stirare leggermente la piega appena accennata che aveva avuto il coraggio di manifestarsi all'angolo esterno dell'occhio destro. Era vicinissima al grande specchio che era in grado di riprenderla tutta.
Sbuffò. Si allontanò di qualche passo e osservò con attenzione quello che vedeva. E le piacque molto, nonostante l'offesa dell'imperfezione.
Girò un po' il bacino per osservare la curva perfetta dei glutei fasciati da un jeans strappato ad arte qua e là, prima da un lato e poi dall'altro.
Si regalò un sorriso: «Barbie, fossi un uomo ti salterei addosso!»


“Gli sarei saltato addosso volentieri a quella stronza, ma non per quello che pensa lei!”
Lo aveva chiamato Rambo, la cretina. Cretina lei e cretino lui che ci si incazzava anche, porca miseria. E solo perché si era comportato educatamente con la vecchietta. Poveretta, si era portata dietro quel valigione, che, a giudicare da come ansimava, non doveva essere così leggero come voleva far credere.
Bah, cavoli suoi. Aveva chiesto, lei aveva detto di no... quindi tutto a posto, no?
Lui il gesto l'aveva fatto.


Un bel gesto aveva fatto quel ragazzone. Bei muscoli.
Beatrice arrossì a questo pensiero. Non era più abituata a pensare agli uomini in quel modo. Fino a quando c'era il suo Antonio non aveva bisogno di guardare gli altri uomini, e adesso che il Signore se l'era preso non era più abituata. Chissà se era peccato? Ripensò alle tante letture della Bibbia che aveva fatto, ma non riusciva a ricordare se le vedove... forse sì, c'era una parabola, dove una donna vedova sposava il fratello del marito, poi quando moriva anche questo, sposava un altro fratello.
Be', certo che allora le famiglie erano numerose.
Però non era sicura e adesso...
L'ultima volta che si era confessata non ci aveva pensato di chiederlo a Don Oreste, e adesso non avrebbe avuto modo di parlarne con un prete.
Almeno per i prossimi mesi.


«Vuoi andare avanti così per i prossimi mesi?»
Mariano non rispose.
Giorgio provò di nuovo a scuotere il figlio: «Oh, a te sto parlando, sai?»
Niente.
«Ma niente niente sei diventato sordo?»
Il ragazzo sorrise alzando un angolo della bocca.
«Ah, ti diverte la cosa?» disse Giorgio seccamente.
«No, non mi diverte. Ma mi fa ridere il fatto che tu mi abbia fatto quattro domande nel giro di pochissimi secondi. TI servono certezze, per caso?»
Il padre abbassò i toni cercando di calmarsi: «Senti, Mariano, lo so che non sei contento di essere qui, ma te l'ho detto: l'ho fatto per passare un po' di tempo con te e per vedere se riesco a capire cosa ti sta succedendo.»
Mariano alzò lo sguardo sull'uomo: «Oppure quello che sta succedendo a te.»
I due si guardarono per qualche secondo.
Poi il padre allargò le braccia e affermò con la testa: «Oppure.»


«Oppure qui?»
Il viso del giovane mulatto era vicinissimo allo specchio, ma non si stava specchiando come Barbara. Stava cercando di vedere se era uno specchio a due vie, di quelli che permettono di vedere da un lato mentre dall'altro sono riflettenti.
Cercò di spostare la scrivania ma questa non si mosse. Si abbassò per guardare sotto il pesante mobile di legno e notò quattro viti che bloccavano il piano contro il muro: «Uhm, neanche qui» disse.
Provò a guardare dietro all'armadio, appiattendosi contro la parete, poi si rialzò riflettendo che probabilmente una telecamera lì dietro non sarebbe servita a molto.
Saltellava come un leprotto per la camera cercando i possibili nascondigli delle telecamere. Niente da fare. Non ne trovò neanche una.
“Accidenti, ma siete proprio bravi!”


“Brave persone, sembrano proprio brave persone”.
La donna stava mettendo in ordine alcuni libri dall'aspetto decisamente noioso. Li posizionava quasi con amore sulla scrivania, soffiandoci sopra per togliere la polvere. Non che ce ne fosse, ma le abitudini apprese negli anni di viaggi nei posti più sperduti del mondo avevano lasciato il segno.
Nell'armadio ne aveva già piazzati una dozzina abbondante, grazie alla dimensione dell'armadio e al fatto di avere portato dietro pochissimi vestiti, giusto il necessario per una studiosa per fermarsi sei mesi da qualche parte. L'importante erano i testi, quelli sì; i vestiti invece si potevano lavare e, una volta asciugati, essere indossati di nuovo. Un paio di cambi sarebbero bastati.


“Così dovrebbe bastare” si disse Gianluca, finendo di spostare il letto contro la parete. Aveva capito cos'era il disegno nelle due grandi stanze che fungevano da disimpegno nei due piani che avevano visitato: indicavano la posizione del nord, e lui era abituato a dormire con la testa in quella direzione, ma le stanze erano ammobiliate in modo diverso da come serviva a lui.
La scrivania era vincolata alla parete e anche l'armadio era inamovibile, ma il letto si poteva spostare. Per fortuna.
Era pesante e massiccio, e ci mise un po' a spostarlo, cercando di non fare troppo rumore: non voleva che altri venissero a controllare cosa stava facendo nella sua camera. Be' certo, non era proprio di sua proprietà, ma per i prossimi mesi ci sarebbe stato lui.
E visto che era fiducioso di vincere, pensava anche di restare fino alla fine dei sei mesi.
Sorrise.
Poi si vide nello specchio e, come sempre accadeva in questi casi, smise di sorridere e si girò, evitando il suo stesso sguardo.






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Messaggio da overhill » 10 febbraio 2009, 08:27

3. Presentazioni

I concorrenti arrivarono alla spicciolata nel salone principale, posto nell'ala sud della zona giorno. Qualcuno mormorava un saluto, altri ridevano di gusto, altri ancora si limitavano a tacere. La maggior parte era distribuita sui grandi divani che dominavano la stanza. Il ragazzo osservava con interesse il flipper, cercando di capire la logica di gioco e pregustando numerose partite e magari qualche bella sfida; se avesse trovato qualcun altro abbastanza sveglio, anche se aveva dei dubbi.
Brandelli di conversazione si potevano captare ogni tanto.
«...secondo te tutta questa segretezza...?»
«...be', a me non sembra così terribile...»
«...lei pensa che dovremo anche sottoporci a delle prove...?»
«...ha notato la struttura dell'edificio?»
«...certo che qui fa fresco, però. Chissà...»
«...non ho capito come fare per il cibo: lo prepariamo noi o ce lo mandano da sopra?»
«...mah, non saprei...»
I commenti furono interrotti dalla musica d'atmosfera udita poco prima, quasi subito seguita dalla voce metallica: «Signori, signore, ben venuti a Heart of DarkMess, il primo reality assoluto della televisione...»
Una voce da un lato disse a basso volume «L'hai già detto, amico...»
Imperterrita la voce proseguì: «... un esperimento senza censure e senza tagli.»
Pausa ad effetto.
«Cosa succede a mettere dieci esseri umani in una enorme gabbia? Chi resisterà fino alla fine del gioco? Chi supererà tutte le prove di resistenza...»
Una voce femminile: «Ecco, lo sapevo che c'erano delle prove, povera me!»
«... ma soprattutto...»
La musica salì di volume: «...Chi riuscirà a scoprire il segreto della miniera?!»
Silenzio.
I concorrenti si guardarono tra di loro, le facce sbalordite.
«Segreto? Ma quale segreto?»
«Tu ne sai qualcosa?»
«Ma non c'era nulla di tutto questo nel regolamento...»
«Ma cosa...?»
I presenti discussero per qualche minuto prima di rendersi conto che la musica era tornata e che la voce li richiamava all'ordine: «... signori, signore, per favore.»
Dopo qualche secondo in cui gli strascichi delle conversazioni proseguirono più per terminare le frasi che per convinzione, si ottenne un silenzio accettabile: «Adesso non preoccupatevi, avremo tempo per parlare e per chiarire tutti gli aspetti che ancora vi sono oscuri. Per intanto vorrei presentarvi ufficialmente al pubblico a casa, e a voi stessi, ovviamente. E, giusto per non fare alcuna discriminazione, procederemo in ordine assolutamente casuale, siete d'accordo?»
Ci fu qualche mormorio di assenso.
«Bene, possiamo cominciare.»
La musica cambiò, gli archi e le note larghe del brano di atmosfera vennero sostituiti quasi improvvisamente da percussioni e da accordi di chitarra elettrica, mentre un basso pompava forsennatamente. Un sintetizzatore colorava gli spazi lasciati dagli altri strumenti.
La voce tornò: «Gianluca Montagnana, 28 anni.»
Gianluca aveva una corporatura asciutta; fece un timido sorriso guardandosi intorno incuriosito, chiedendosi dove rivolgere lo sguardo. Alzò una mano e mormorò un «salve a tutti.» Gli altri fecero un applauso formale.
«Barbara Cordero, 25 anni.»
Era la ragazza che aveva preso in giro il tipo grosso che voleva aiutare la donna a portare la valigia. Bella di una bellezza consapevole, si alzò e piegò leggermente le gambe per sottolineare i fianchi; alzò le braccia e sporgendo la bocca, mandò dei baci in giro per la stanza, attirando un applauso più convinto del precedente.
«Francesca Mastropinto, 30 anni»
Immediatamente una ragazza graziosa, decisamente poco valorizzata alzò le braccia per salutare, e disse: «Ma non li dimostro!» e scoppiò a ridere, imitata da diversi altri che cominciavano a divertirsi.
«Luca Introta, 38 anni»
Il tipo grosso. Palestrato, con una maglietta nera che evidenziava la linea dei pettorali e lasciava scoperti i poderosi bicipiti, aveva capelli biondi e cortissimi. Alzò un braccio per salutare, ma non fece neanche finta di sorridere. L'applauso scese un po' d'intensità.
«Paola Faustini, 42 anni.»
La donna aveva un aspetto gracile, e un viso piccolo da topo di biblioteca, con occhiali sottili da vista che acuivano questa impressione. Ma quando sentì il suo nome, il viso le si aprì in un bellissimo sorriso, e l'applauso aumentò quasi impercettibilmente.
«Mauro Crivelli, 48 anni.»
Dal fisico leggermente arrotondato, l'uomo aveva un viso allegro e aperto. Si alzò e fece un buffo inchino, scatenando l'ilarità dei presenti.
«Emilio Cabral, 29 anni.»
Si alzò il ragazzo dalla pelle scura, allargando le braccia e urlando con voce falsamente stizzita: «Ma non si dice l'età di una signora!.» Questa battuta scatenò le risate generali. Gli unici due a mantenersi seri furono il ragazzo più giovane, che non era ancora stato presentato, e Luca Introta.
«Beatrice Zanetti, 53 anni.»
La donna rotondetta agitò le mani in segno di saluto e sorrise piacevolmente, nonostante il colorito della pelle fosse diventato decisamente rossastro.
«Mariano Pancaldi, 19 anni.»
«Ma vaffanculo» mormorò il ragazzo giovane, sollevando un coro di «oooh» divertiti da parte di quasi tutti. L'ultima persona che non era stata presentata, l'uomo maturo, esclamò: «Max!»
«Max, un cazzo...»
La voce si alzò di volume per contrastare un possibile inizio di scaramuccia: «E per ultimo Giorgio Pancaldi, 54 anni.»
L'uomo che aveva rimproverato il ragazzo, non fece neanche finta di sorridere: alzò un braccio per salutare e digrignò un «saluti» a denti stretti.
«Bene, adesso vi ho presentati tutti, ma devo ancora presentare una persona: me!»
La musica aumentò ancora il ritmo, la batteria divenne frenetica, il basso iniziò una scala forsennata seguita dalla chitarra che continuava a strappare note. Il sintetizzatore aprì un complicato inviluppo di accordi: «Io sono Sid, e sono il vostro unico collegamento con il mondo esterno. Io sono...»
La musica si interruppe di colpo.
«... la vostra unica speranza.»
Ci fu qualche secondo di silenzio assoluto.
Poi alcune percussioni iniziarono un complicato fraseggio, lento e rapidissimo, inframmezzato a periodi regolari da un suono bassissimo, quasi al limite dell'udibilità, che faceva vibrare gli stomaci dei presenti.
Passarono alcuni secondi durante i quali i concorrenti si guardarono l'un l'altro senza dire nulla. Qualcuno sorrideva o sghignazzava, più per la tensione che per il divertimento. Barbara iniziò a tenere il tempo battendo le mani, e a lei si unirono anche Gianluca, Francesca e Beatrice, ma la donna non riusciva a tenere il tempo correttamente, e rideva ogni volta che sbagliava.
Mariano guardava con uno sguardo di commiserazione il gruppo, ma inconsciamente il suo piede si muoveva a tempo con il tamburo più basso, del quale aveva capito la stravagante ritmica.
Tornò a risuonare la voce di Sid: «Bene, ora che ci siamo presentati vi do' il primo compito della giornata, che sarà anche l'unico per oggi.»
I tre continuavano a battere le mani, e vennero richiamati da Giorgio che spazientito disse: «Oh, finitela, che non si capisce nulla.»
Si fermarono un po' interdetti.
Sid proseguì: «Come avrete notato non c'è nessuno oltre a voi. Nell'ala nord in questo stesso piano c'è la cucina e la sala da pranzo. Le troverete facilmente seguendo i cartelli e la rosa dei venti riprodotta sul pavimento. Il vostro compito di oggi è di organizzarvi per la gestione della cucina, per far da mangiare, per servirlo e per ripulire quando avrete finito. La scelta su come organizzarvi è lasciata alla vostra intelligenza. L'unica regola è che dovrete fare tutto democraticamente, decidendo tutti insieme.»
Mariano continuava a mantenere un sorrisetto ironico, ma la frase successiva di Sid sembrò proprio essere diretta a lui: «E, naturalmente, chi non lavora non mangia. Buon appetito e buona notte. Ci vediamo domani!»
La musica crebbe per qualche secondo; la chitarra terminò una lunga scala con una nota tenuta per un tempo lunghissimo.
Poi, improvvisamente, tutto tacque.






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Tomb Raider 3 Gold

Messaggio da Blu » 10 febbraio 2009, 09:46

La seconda parte del romanzo è molto particolare :) , inizia in maniera soft con la presentazione dei concorrenti (qui e nei prossimi capitoli) ed è utilissima per imparare a conoscerli, siamo anche noi lì come loro, emozionatissimi e curiosi di cosa potrà accadere (un reality in una miniera "è" particolare, già solo l'idea delle possibili prove lì ambientate preoccupa non poco), ma in questo momento siamo ancora in un'atmosfera da "villaggio vacanze" :) , con tutti che si osservano, studiano, iniziano le prime amicizie/affinità, ci son battute, scherzi, si cerca di sdrammatizzare per conoscersi e conoscere il luogo che li ospiterà nei prossimi mesi :) ..




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Messaggio da overhill » 11 febbraio 2009, 08:44

4. Il gioco inizia

La produzione era stata categorica: non si doveva parlare del Progetto per alcun motivo, con nessuno e in nessun modo. Le decine di fogli che componevano il contratto tra la TeleTekno e ogni concorrente contenevano centinaia di norme, regole e indicazioni, ma il tutto poteva essere ridotto a due semplici parole: silenzio assoluto.
I concorrenti erano obbligati a non parlare della loro partecipazione con nessuno, non dovevano neanche accennare a qualunque cosa potesse essere legata al gioco; in caso di necessità dovevano trovare una scusa per allontanarsi per alcuni mesi dall'attività normale, e la Produzione avrebbe provveduto a eventuali «appoggi», come falsi certificati medici, richieste di viaggio da parte di aziende, ordini di partecipazione a giurie popolari o altri sistemi per camuffare la “sparizione” per quel periodo. D'altro canto i protagonisti erano stati selezionati appositamente tra quelli che non avevano famiglia, proprio per minimizzare eventuali necessità di schermatura.
L'isolamento doveva essere totale. I dieci non potevano portare con loro nessun apparecchio permettesse di misurare il tempo, in nessun modo. Quindi nessun orologio, meccanico o elettrico, nessuna sveglia, niente telefonini, palmari, smart-phone, computer portatili, radioline, console da gioco. La lista continuava per parecchio, contemplando anche oggetti apparentemente illogici, come i metronomi, ma la Produzione aveva deciso di stare tranquilla, e di includere assurdità, piuttosto che ignorare ovvietà.
Anche il gioco era piuttosto semplice: i concorrenti erano tenuti a partecipare alle prove proposte dalla Produzione, ma avevano la possibilità di rinunciare fino a tre volte, in base ai loro gusti e alle loro opinioni. Alla quarta rinuncia si veniva eliminati automaticamente e si doveva abbandonare la Miniera.
Chi resisteva tutti e tre i mesi previsti, avrebbe vinto tre milioni di euro, cifra che faceva capire piuttosto bene che non sarebbe stata una passeggiata. In caso ci fossero stati più concorrenti alla fine del gioco, avrebbe vinto chi aveva rifiutato meno prove. In caso di parità il denaro sarebbe stato diviso tra i primi.
Al secondo classificato sarebbe andato un milione di euro, al terzo trecentomila. Non c'erano altri premi, ma sicuramente tutti i partecipanti avrebbero goduto per anni della celebrità che il gioco avrebbe portato.






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Messaggio da overhill » 11 febbraio 2009, 08:46

Anche se in questo momento non sembravano meritarla.
Dopo la sparizione della voce di Sid, erano rimasti tutti al loro posto, continuando a sghignazzare e a parlottare tra loro a piccoli gruppi. Il brusio era durato ancora per pochi minuti, poi era diminuito fino a diventare silenzio.
Un imbarazzante silenzio, molto poco televisivo.
Finché Sid aveva tenuto banco, nessuno aveva avuto bisogno di partecipare più o meno attivamente, ma ora ognuno aspettava che qualcun altro facesse la prima mossa. Molti guardavano di nascosto, abbozzando un sorriso; alcuni fingevano di guardare altrove.
La situazione avrebbe potuto proseguire per molto tempo, se la Produzione non avesse scelto i suoi protagonisti con preveggenza.
Giorgio Pancaldi era dirigente, ed era abituato a prendere in mano la situazione. Anche in questo caso fu il primo a muovere, guadagnando alcuni punti per molti dei compagni di avventura. E perdendone per qualcuno.
«Bene, a quanto pare siamo finalmente soli» disse abbozzando un sorriso, «naturalmente se si può dire che dieci persone tutte insieme sono sole...». Molti sorrisero alla battuta, anche se fu un semplice sorriso di circostanza. La parola “soli” e i suoi derivati “solitudine” e “solitario”, improvvisamente non avevano più il fascino che avevano avuto fino a quel momento.
«Allora, come ci ha consigliato Sid, direi che dobbiamo metterci al lavoro per organizzarci.» Guardò circolarmente tutti i presenti. «Secondo me possiamo muoverci in due modi: o stabiliamo dei turni, oppure ognuno di noi prende dei compiti da eseguire e li segue.»
Attese una risposta che non tardò. Mauro Crivelli alzò la mano e iniziò a parlare: «A me l'idea dei turni piace. In caso di eliminazione di qualcuno sarà più facile sostituirlo semplicemente aumentando la frequenza dei turni.»
Diverse persone annuirono. Il giovane brasiliano invece scuoteva la testa: «No, no, no, non sono d'accordo, proprio per niente. Facendo così saremo certamente più democratici e ognuno farà ogni lavoro, ma è meglio se decidiamo i lavori da fare e ognuno di noi se ne sceglie uno o due e fa sempre gli stessi.»
Barbara Cordero accavallò le gambe, provocando un certo scompiglio tra i presenti maschi e disse: «A me l'idea di... scusa com'è che ti chiami?»
«Emilio, Emilio Cabral, per servirla signora» disse il mulatto alzandosi ed esibendosi in un inchino piuttosto comico, anche se fin troppo aggraziato per un uomo.
«Sì, l'idea di Emilio mi piace. Io so fare molte cose» e qui la fantasia di un paio di uomini partì in quarta «ma alcune meglio e altre peggio. Sinceramente non so cucinare e se dovesse toccarmi sarebbero problemi grossi. Per voi, ovviamente» terminò ridendo.
Mauro scuoteva la testa: «Accidenti, ma diventerebbe complicato sostituire una persona in caso di...»
Francesca Mastropinto lo interruppe: «Sì, sì, l'hai già ricordato che ci saranno delle eliminazioni.» Mauro la guardò male.
Giorgio riprese il controllo: «Oh, buoni, non cominciamo a litigare il primo giorno. Facciamo come ha consigliato Sid, in modo democratico. Mettiamola ai voti. Allora, chi vota per i turni?»
Si alzarono due mani, oltre a quella di Mauro, quella di Luca Introta e di Paola Faustini.
«Bene» riprese Giorgio, «giusto per sicurezza, chi vota per l'altra soluzione, che possiamo chiamare 'dei compiti'?»
Giorgio alzò la propria e ne contò altre sei.
Guardò verso il figlio: «Mariano, tu non hai votato.»
Il ragazzo alzò un angolo di bocca abbozzando un sorriso sardonico: «A me non me ne frega un cazzo. Decidete e fatemi sapere. Io vado a letto.» Si alzò e se ne andò, seguito dalla voce del padre che lo richiamava inutilmente.
Ci fu un attimo di silenzio imbarazzato: «Scusatelo, ma ha perso la madre da qualche anno, e credo di non essere stato all'altezza...»
Beatrice disse dolcemente: «Non se la prenda, i figli sono strani perché li vediamo strani. Sono pezzi di noi che se ne vanno in giro da soli, e tante volte ci stupiamo che si comportino diversamente da come ci aspettiamo...»
Emilio esclamò: «Accidenti! Un filosofo! Non ne avevo mai visto uno! Mi permette di toccarle la mano, signora?» Tutti scoppiarono a ridere mentre il ragazzo si avvicinava alla donna e le prendeva la mano tra le sue, baciandola delicatamente.
Mariano si fermò sulle scale sentendo le risate. Rimase qualche secondo immobile, con lo sguardo teso. Chiuse gli occhi e li strinse, poi riprese a salire.
«Va bene, torniamo a noi» disse Giorgio, «direi che la votazione ha stabilito cosa fare. Ah, scusate ma vorrei introdurre una piccola regola: diamoci tutti del tu, se no veniamo cretini qui a forza di lei, voi, eccetera.»
Molti mormorii di assenso indicarono come la regola fosse stata accettata.
Gianluca Montagnana non era ancora intervenuto. Timidamente alzò la mano e iniziò a parlare: «Bene, adesso però dobbiamo stabilire quali sono i compiti.»
«Giusto» dissero diverse voci.
Giorgio prese di nuovo la parola: «Esatto. Io comincerei con la parte della cucina. Serve qualcuno che sappia fare da mangiare, e altri che si occupino della pulizia della cucina, di lavare piatti e pentolame, di gestire la dispensa. Qualcuno può cercare un pezzo di carta, così scriviamo?»
Francesca, Barbara e Mauro si alzarono e iniziarono a cercare. Il ragazzo trovò un blocchetto di appunti con una penna infilata tra gli anelli: «Ecco!»
«Bene, hai voglia di scrivere tu?» disse Giorgio a Mauro.
Crivelli aprì il taccuino e scrisse alcuni appunti.
Giorgio si rivolse a tutti: «Bene. Poi?»
Beatrice alzò la mano per parlare, ma venne preceduta da Emilio: «Ma dai! Non siamo mica a scuola che si deve alzare la mano per parlare! Se devi dire qualcosa dilla, su!» Il tono era chiaramente scherzoso, e Beatrice non diede segno di essersi offesa. Sorrise e disse: «Penso servirebbe qualcuno che si occupi delle pulizie.»
«Giusto» disse Giorgio, e a Mauro «Segna, segna. Poi?»
Luca Introta si schiarì la voce, per indicare a tutti che era il suo turno: «Qui ci sono diversi impianti: elettrico, condizionamento. Servono persone che mantengano il tutto funzionante e in ordine.»
«Perfetto, quindi aggiungiamo elettricista, meccanico...»
«...idraulico.» concluse l'ex militare.
«E idraulico» confermò Mauro, scrivendo sul foglietto.
Giorgio volse uno sguardo circolare: «Bene, mi sembra che la cosa comincia a prendere forma. Altre idee?»
Paola Faustini fece per alzare la mano, ma incrociò lo sguardo divertito di Emilio e fermò il gesto. Sorrise e disse: «Ho visto che c'è un'infermeria. Io credo di essere quello che si avvicina di più a un medico, e credo possa decisamente servire un dottore qui sotto. E anche un infermiere.»
Barbara si sporse in avanti: «Un infermiere? Ma anche UNA infermiera, immagino...»
Paola arrossì: «Be' sì, certo, era solo per dire...»
Barbara sorrise: «Certo, solo per dire...»
Giorgio intervenne per prevenire uno scontro: «Bene, mi pare che abbiamo diversi punti su cui lavorare. Mauro, potresti riepilogare le figure professionali che abbiamo stabilito?»
Il giovane prese un paio di secondi per leggere e poi elencò: «Dunque: cuochi, cucinieri, addetti alla pulizia, elettricisti, meccanici, idraulici, medici e» guardò verso Barbara, passando per una frazione di secondo sulle lunghe gambe che il pantaloncino lasciava abbondantemente scoperte «infermiere.»
La ragazza sorrise, sorniona.
Sempre Giorgio riprese la parola: «Bene, allora passiamo alle assegnazioni. Cominciamo dai cuochi. Secondo me devono essere almeno un paio, in modo da poter fare qualche turno. Io me la cavo benino in cucina. Chi altro mi può affiancare?»
Beatrice alzò la mano guardando Emilio che rise: «A me piace fare da mangiare, e di solito la gente sembra contenta di mangiare quello che faccio.»
«Bene, allora sei assoldata nel reparto cucina. Naturalmente quando non è il nostro turno di cucina, passiamo automaticamente nel gruppo dei cucinieri, d'accordo?»
«Certo» confermò la donna.
«Bene, poi abbiamo appunto i cucinieri. Direi che ne servono almeno due: chi si offre?»
Emilio disse: «Eccomi! Non mi perderei le esternazioni filosofiche di Beatrice per nulla al mondo!»
«E io sono il secondo» disse Gianluca.
«Benissimo. Passiamo all'area pulizia. Due persone dovrebbero essere sufficienti.»
Si alzarono quasi contemporaneamente le mani di Francesca e Mauro. Si guardarono leggermente stupiti.
«Perfetto. Ora i tre tecnici, elettricista, idraulico e meccanico.»
Luca alzò la mano. Tutti si guardarono intorno ma nessun altro si propose. Luca, per la prima volta, sorrise: «Be' a quanto pare siamo tutti e tre qui.»
Tutti risero. Giorgio si rivolse all'uomo: «Te la senti di fare tutte e tre le parti?»
«Nessun problema. Credo di avere abbastanza esperienza in tutti e tre i campi.»
«Molto bene. Adesso, per l'area medica, il dottore l'abbiamo già» sorrise a Paola, che arrossì, «manca solo l'aiuto che, direi, spetta a te» terminò guardando verso Barbara.
La ragazza emise un piccolo sbuffo scocciato, ma era evidente che non poteva tirarsi indietro. Quasi fosse una concessione replicò: «Va bene, farò la crocerossina.»
Giorgio fece un sorriso tirato, poi tornò a rivolgersi a tutti: «Bene, direi che abbiamo terminato...»
Mauro chiese la parola: «Scusate, ma io penso che due persone per le pulizie siano un po' pochine. L'ambiente è molto grande e penso che ne servano almeno quattro.»
Francesca annuì: «Almeno!»
Mauro riprese a parlare: «Questo vuole dire che qualcuno avrà più incarichi.»
«Uhm, questo potrebbe essere un problema. I posti li abbiamo assegnati a tutti...»
«...tranne a uno...» disse Barbara, ironica.
«...sì, tranne a uno, che però non risolverebbe la situazione, direi.»
Barbara cambiò l'accavallo delle gambe. Probabilmente era la sua arma di distrazione di massa quando si trovava ad avere, in qualche modo, torto.
Paola aveva un'espressione decisamente disgustata davanti all'evidente interesse che Barbara provocava negli uomini: «Va be', comunque è necessario che qualcuno faccia il doppio lavoro. Mi pare che ci siano alcuni incarichi decisamente non continuativi, come il mio e quello di... scusa, ti chiami?»
«Barbara, dottore, mi chiamo Barbara. Ma di solito mi chiamano al telefonino. E in tanti.» Quasi tutti scoppiarono a ridere, tranne Paola, che tacque per qualche secondo, prima di continuare: «Sì, va bene, complimenti. Dicevo comunque che, per esempio, il mio compito e quello di Barbara» sorrise alla donna, che non ricambiò «è piuttosto saltuario, quindi possiamo proporci per entrare nella compagnia dei pulitori quando non abbiamo impegni medici.»
«Parla per te, doc. Io le pulizie non le faccio!» sbottò Barbara.
Giorgio, per la seconda volta, intervenne per evitare un battibecco dalle conseguenze immaginabili: «Va bene, Paola, fai parte di entrambi gli schieramenti. Chi altro si offre?»
Luca alzò la mano: «Be', non credo che ci sia sempre da mettere mano agli impianti qui. Quando non devo cambiare lampadine penso di poter dare una mano a pulire anche io.»
Giorgio sorrise: «Direi che a questo punto ci siamo.»
Francesca si alzò: «Ehm, scusate. Abbiamo finito questo argomento?»
Emilio rise: «Perché, devi andare a fare pipì?»
Francesca arrossì: «No, è che volevo parlare di un altro argomento.»
«Cosa?» chiese Paola.
«Be', io sono una fumatrice, ma non mi piace obbligare gli altri a fumare. E qui siamo al chiuso che più al chiuso non si può. E non voglio litigare con nessuno.» Si guardò intorno, e continuò: «Ovviamente nella mia camera posso fumare, ma quando sono fuori come mi devo comportare?»
Emilio intervenne ancora: «Tesoro, dovresti approfittarne per smettere definitivamente.»
Paola disse pacatamente: «Direi che nei locali comuni sia meglio evitare, quindi in pratica dappertutto. D'altro canto l'ambiente non è così grande, e se hai bisogno di una sigaretta puoi tranquillamente fare una scappata in camera tua, no?»
Luca intervenne: «C'è anche da considerare che nessuno ci ha detto che tipo di miniera sia questa. E sicuramente in alcune miniere fumare o usare fiamme libere non è considerato molto intelligente. Quindi sicuramente anche fuori dall'edificio, nella miniera vera e propria è meglio evitare.»
«Be' sì, in effetti. Non ci avevo pensato.» Sorrise: «Scusate se ho chiesto una cosa stupida.»
Giorgio minimizzò: «Non è una cosa stupida, hai fatto benissimo. Anzi, nessun altro fuma?»
Nessuno rispose.
«Be', direi che sei in netta minoranza, Francesca. Mi spiace, ma dovrai accontentarti della tua cameretta.»
La donna sorrise: «Be', è un buon sistema per diminuire il numero di cicche che mi faccio al giorno, anche se non proprio smettere» terminò sorridendo a Emilio, che ricambio con una chiostra di denti bianchissimi.
Giorgio riprese la parola, che in realtà non aveva mai ceduto: «Bene, mi pare che abbiamo fatto tutto. Adesso, se siete d'accordo, direi di sciogliere la seduta, se vogliamo chiamarla così, e andare a esplorare l'ambiente. Cosa ne pensate?»
Molti mormorii di assenso arrivarono da quasi tutti i presenti.
Beatrice si alzò per prima: «Se non vi dispiace io vado a dare uno sguardo alla cucina, e magari metto su un po' di pasta. Qualcuno ha fame?»
Tutti si guardarono, e Emilio concretizzò la ovvia risposta: «Direi proprio tutti, mamma!»






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Messaggio da overhill » 11 febbraio 2009, 08:55

Allora, gente: l'avventura è ormai ben cominciata, i protagonisti li conoscete e il gioco è in pieno svolgimento :)
Sto andando troppo veloce mettendo un capitolo al giorno? Perché di solito vedo qualche commento (anche negativo) ma per ora, a parte Blu che però l'ha già finito, quini penso stia "ripassando", non ho sentito nessuno... sapete, la mia vanità va accarezzata ogni tanto :asd:






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